La siccità in Sicilia, una punizione divina

Nella Sicilia di un tempo, una stagione secca poteva mandare a monte l'economia dell'intera isola, come successo nel XVI secolo. La soluzione? Pregare.

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Le annate di siccità in Sicilia non sono certo una novità. La nostra storia è piena di episodi tragici ed annate di grande carestia dovute all’assenza di precipitazioni, un problema non da poco all’epoca in cui l’agricoltura rappresentava la maggior fonte di economie e sostentamento per il popolo.

Naturalmente nei tempi antichi, tutte le calamità erano attribuite ad una sorta di ira divina, e la siccità non faceva eccezione.

Ecco alcuni episodi che ci sono giunti dalle cronache dei secoli scorsi.

La storica siccità siciliana

Il clima in Sicilia è un po’ pazzo, soprattutto al giorno d’oggi. Le primavere e le estati sono spesso torride, caldissime e senza pioggia. In autunno e inverno il clima si irrigidisce e le piogge vengono giù a secchiate, in modo violento e torrenziale, causando non pochi danni se non si è adeguatamente preparati.

Tralasciando gli episodi di alluvioni ed allagamenti, di cui in parte abbiamo già parlato ma che magari approfondiremo un’altra volta, oggi andiamo a ripercorrere gli anni storici in cui l’assenza di precipitazioni ha messo in ginocchio la Sicilia, spingendo la popolazione a volgere lo sguardo in alto e chiedere aiuto alle divinità.

Siccità in Sicilia

Da questo punto di vista uno dei secoli peggiori fu il 1500, periodo nel quale accadeva spesso che le estati fossero lunghe e calde e che anche gli inverni non fossero abbastanza piovosi da garantire l’approvvigionamento annuo delle acque necessarie ad irrigare ed abbeverare gli animali.

Memorabile ad esempio fu la crisi economica del 1511, scaturita appunto da un terribile periodo di siccità, durato alternativamente per oltre un quindicennio, ma culminato proprio in quegli anni per la totale assenza di precipitazioni che fece seccare fiumi e fontane assetando ed affamando la popolazione.

I raccolti languirono, gli animali morirono di sete e tutto questo causò un terremoto economico, con rivolte contadine che pretendevano l’accesso alle poche fonti d’acqua ancora attive, nobili famiglie costrette a vendere i propri beni immobili per pagare i debiti e compensare le perdite dovute allo scarso raccolto delle loro tenute. Persino il poco frumento raccolto, non poteva essere trasformato in farina, perché con i fiumi a secco i mulini non potevano azionare le loro macine.

Molte attività dovettero cessare del tutto (almeno temporaneamente), come ad esempio la produzione delle canne da zucchero, che richiedeva moltissima acqua per uso irriguo.

La situazione si ripeté nuovamente nel 1522, in misura anche peggiore, visto che non ci furono piogge per tutto l’inverno. In questa occasione si registrarono anche rocamboleschi episodi di criminalità, come ad esempio quello avvenuto a Messina, dove una nave carica di grano proveniente dalla Puglia e diretta a Napoli, fu intercettata e sequestrata dalla popolazione, che ne razziò il contenuto per sfamarsi.

Come si risolveva la siccità in Sicilia?

Come detto, non potendo comprendere i fattori climatici, si attribuiva la carestia ad una abundancia di peccati, che spingeva Dio a punire il popolo siciliano. In questo scenario si capisce bene il motivo per cui le uniche contromisure adottate in tutta l’isola erano preghiere e processioni, anche se nelle campagne non mancavano anche incantesimi e ancestrali riti pagani.

Riporto in particolare un episodio avvenuto a Palermo nel 1602, documentato dal diarista notar Zamparrone. In quell’anno, dopo un inverno già poco piovoso, si registrò un marzo caldo e secco, che minacciava di prosciugare i corsi d’acqua già prima dell’estate.
Ad aprile la terra dei campi era già arida, gli alberi perdevano i frutti ancora acerbi e le coltivazioni di grano e altri cereali soffrivano terribilmente.
Per questo motivo si organizzarono solenni processioni.

Vennero prese le reliquie delle patrone Santa Ninfa e Santa Cristina dalla Cattedrale di Palermo e furono portate in processione per le vie della città, con l’arcivescovo e gli amministratori cittadini in testa al corteo. Il popolo li seguiva gridando “Peccavimus Domine!” (abbiamo peccato, Signore).

Dopo qualche giorno (il 22 aprile) la situazione fu risolta dai padri cappuccini, che dal loro convento giunsero in città in processione, chiedendo misericordia per i peccati del popolo. Circa due ore più tardi iniziò a piovere e non smise per diversi giorni.

I raccolti erano salvi e anche la reputazione della Chiesa, che in qualche modo poteva attribuirsi un ruolo da protagonista nella risoluzione del problema.


Leggi anche: La lotta di Palermo contro le cavallette

Fonti: C. Trasselli – La siccità in Sicilia nel XVI secolo

R. La Duca – Quando la sede nasceva da “Li nostri peccati” – Giornale di Sicilia 15 Febbraio 1982

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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