Le cupole rosse della Palermo Arabo Normanna

Il dilemma cupole: saranno state veramente rosse o no?

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Il dilemma cupole, una tematica che riguarda la nostra storia nel periodo arabo-normanno potrà apparire strano e contraddittorio: saranno state veramente rosse o no?
Da alcuni studi personali, il Monarca Ruggero II di Sicilia avrebbe fatto colorare le cupole di rosso porpora in occasione della sua incoronazione (25 dicembre 1130). Stando ai fatti, lo avrebbe fatto come riconferma del potere monarchico e della Chiesa. Palermo diveniva la nuova Capitale del Regno di Sicilia.
Il rosso delle cupole partecipava all’idea di Regno, tanto quanto i simboli regali: il camaleuco costantiniano ed il mantello regale. L’argomento trova riscontro conformemente all’Apostolica Legatia di Sicilia istituita da Papa Urbano II nel 1098 a favore del Gran Conte di Sicilia Ruggero, viene trasferita, al figlio Ruggero II quale Monarca Purpureo Incoronato, tramite i legati apostolici metropolitani (l’Arcivescovo Pietro da Palermo, il Cardinale Conti di Santa Sabina “de-legato pontificio”, e l’Arcivescovo Verterando da Trani che fu sostituito nella deposizione della corona dal Principe Roberto da Capua) tutti e tre ponendo sul capo di Ruggero la corona regale e trasferendo conseguentemente ad un monarca appunto la Legatio Apostolica (Siciliae Patrimonium Ecclesiae), chiamandosi “Monarchia Sicula”. [… Si usò il termine di “Monarchia Sicula” per indicare che sia il potere civile che quello ecclesiastico erano sotto un solo comando. (latino tardo mona°rcha(m), che è dal greco monàrchis composto di mònos (òç) “solo, unico” e –archis (àx), da àrchò, “governare, comandare”] [1]. Dalla Prima Sedes Coronam Regis le diocesi divennero tutte di Regio Patronato: Vescovi e Arcivescovi venivano consacrati dal Papa su proposta del Monarca di Sicilia, apponendo sul loro capo un zuccotto rosso (come le cupole e il camaleuco di Palermo) e uno dei tre bracci del Parlamento Siciliano era composto da Prelati. Perciò la corona siciliana rimase sempre identificata come “Regia Monarchia di Sicilia”.
Ruggero II di Sicilia, con l’incoronazione, si riconfermava quale: antecessor meus patri tuo legati vicem gratuitate concessit [2].

Cominciai quindi, ad interessarmi dell’argomento “Cupole Rosse”, a documentarmi, oltre al fatto che la storia dell’arte ci insegna come trattare gli argomenti escatologici attraverso i simboli apotropaici.
I pareri raccolti da studiosi in merito all’argomento rivelano quanto segue:

Rosse eppure non lo sono mai state veramente. Si tratta delle cupole di San Giovanni degli Eremiti e di San Cataldo a Palermo, realizzate sotto il dominio di Ruggero II.
Secondo un noto storico appassionato della città, Rosario La Duca, solitamente in Sicilia le cupole normanne venivano coperte con un intonaco impermeabilizzante. Veniva utilizzato anche come rivestimento delle cisterne, ed era formato da calce, sabbia e “coccio pesto”. Un impasto di colore leggermente rosato che poteva diventare anche grigio, se esposto agli agenti atmosferici.
Quando nel 1800 si diede il via al restauro della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, l’architetto Giuseppe Patricolo al quale fu affidato l’incarico valutò di colore rosso cupo l’intonaco ritrovato. Fu così che fece rivestire le cupole con un intonaco di colore rosso vivo. Determinante anche la manodopera del capomastro.
Patricolo in Sicilia fu autore di numerosi restauri, specie a Palermo: le chiese di San Francesco d’Assisi, San Cataldo, Santo Spirito, San Giovanni degli Eremiti, Santa Maria dell’Ammiraglio tra il 1870 e 1898 circa mentre a Castelvetrano si occupò del restauro della Chiesa della Santissima Trinità di Delia].
Probabilmente ciò che si è sempre saputo, dava sfogo ad una critica contro Giuseppe Patricolo, il quale, da studioso, avrebbe compiuto un banale e clamoroso errore di rivalutazione. Preso anche dalla “Teoria del Restauro”, ho inteso che le ideologie teoricizzate dal Patricolo, come anche da Houlot, Viollet Le Duc, avevano a che fare con la ricostruzione, il restauro filologico; insomma, mi trovavo davanti ad una ideologia falsata, un errore attribuito alla storicità del Restauro e della sua prassi dell’epoca.

Perché il Patricolo è stato così sicuro delle sue cupole rosse, e non ha mai dato delle specifiche spiegazioni?
Ancora, Giulio Carlo Argàn scrive: «I Normanni che instaurarono la loro dinastia in Sicilia nel 1072, distruggono i monumenti, non la tradizione dell’architettura bizantina e araba. San Giovanni degli Eremiti a Palermo (1132) è araba nel nitido rapporto tra i corpi cubici e le cupole emisferiche».
La chiesa è costruita secondo i canoni dell’architettura siculo-normanna; si tratta di una chiesa romanica e che esternamente ricorda edifici orientali. Tale richiamo all’Oriente viene ancor più enfatizzato dalle cupole di colore rosso acceso, restaurate nell’Ottocento dell’architetto Giuseppe Patricolo forse simili all’originale…
… Nel corso dei secoli la chiesa ha subito alcune manomissioni che tuttavia non hanno in alcun modo intaccato l’edificio interno. Sovrapposizioni sono state eliminate intorno al 1880, dall’architetto Giuseppe Patricolo, che ne volle ripristinare l’aspetto originale [3].

San Cataldo. Il progetto di Giuseppe Patricolo (1882) doveva consistere in un’azione di totale ripristino stilistico dell’opera. I lavori furono completati nei primi mesi del 1885, quando anche il problema del rivestimento delle cupole era stato risolto apponendo una rifinitura in intonaco di colore rosso scuro. Questo colore, che caratterizza altri monumenti normanni palermitani, è, dunque, un’invenzione ottocentesca.
La complessa e radicale opera di restauro guidata dal Patricolo aveva condotto la chiesa di San Cataldo ad acquisire una configurazione forse mai avuta nella sua storia…
… L’esterno presenta un compatto paramento murario in arenaria addolcito da intagli di arcate cieche e ghiere traforate, di influenza islamica. In alto s’impongono i profili solenni di tre cupole rosse (con calotta liscia, emisferica e rialzata) poste in felice contrasto cromatico con la severa monocromia delle pareti. L’interno presenta tre corte navate – di cui quella centrale è scandita dalla sequenza ritmica delle tre cupolette – separate da colonne. Anche qui Giulio Carlo Argàn è dubbioso della storia.

Ed inoltre:
La Ziz (fiore) dei Fenici, divenne la Panormus (tutto porto) dei Greci. Dopo la prima guerra punica passò dalle mani cartaginesi a quelle romane (254-253 a.C.). Colonia sotto Augusto. Raggiunge grande splendore sotto la dominazione araba: diventa emirato ed accoglie circa 300 moschee (dalle alture dell’interno si potevano ammirare le cupole rosse immerse nel verde della Conca d’Oro, come racconta un cronista arabo dell’epoca). Il cronista si chiamava Abu I-Qasim Muhammad B. Alì Al-Hiasibi (comunemente detto Ibn Hawqal). Nel 1072 diviene normanna con la sua conquista ad opera di Ruggero d’Altavilla.
Ruggero II la eleva a capitale del Regno di Sicilia e Federico II Hohenstaufen la incorona capitale culturale del mediterraneo, creando la prima scuola siciliana.
Nel X secolo, Ibn Hawqal descriverà la città come: “…Più grande di Al-Fustat [4], ma è ripartita in diversi settori; i fabbricati della città sono di pietra e calce ed essa appare rossa e bianca. La circondano sorgenti e canneti, le fornisce acqua un fiume chiamato Wadi Abbas. I mulini sono numerosi nel suo mezzo ed essa abbonda di frutta e di produzioni del suolo e d’uva. L’acqua batte le sue mura. Possiede una città interna, nella quale si trova la moschea gāmi; i mercati sono nel sobborgo. Ha inoltre una città esterna dotata di mura e chiamata al-Halisah, in cui si aprono quattro porte” [5].

[…Raggiungendo il cuore urbano, questo viaggiatore si sarebbe avventurato nei meandri di una città ancora legata alle dominazioni precedenti; dai bazar islamici, alle chiese di rito greco o latino, la capitale del regno di Sicilia possedeva un volto ricco di sfaccettature, multiforme nel carattere. Tra le prime costruzioni che balzavano agli occhi dei viandanti vi era la chiesa di San Cataldo, famosa per le cupole rosse di chiara derivazione araba e probabilmente qui avrebbe sentito parlare della sfortunata vicenda di Maione di Bari, il quale era stato il fondatore di quella costruzione di cui non aveva potuto mirare la conclusione, essendo stato ucciso dal genero Matteo Bonello invischiato in una congiura volta alla soppressione del “primo ministro” di Guglielmo I…] [6]

Nella nota di Giulio Carlo Argàn in merito al colore delle cupole si nota il contrasto con la prassi del restauro del Patricolo, come anche l’opinione del La Duca. Nondimeno La Duca sostiene che la colorazione leggermente rosea del conglomerato in cocciopesto, calce e sabbia sarebbe diventata grigia se esposta al sole ed agli agenti atmosferici. Ciò entra in conflitto con quello che sostiene il cronista del X secolo Ibn Hawqal quando recita: “…si potevano ammirare le cupole rosse immerse nel verde della Conca d’Oro”. È chiaro ed evidente che il cronista arabo non avrà descritto delle cupole rosse appena costruite, quindi non ossidate dagli agenti atmosferici, piuttosto avrà descritto un uso frequente dell’architettura araba nell’epoca (cioè nel X secolo) nel dipingere ideologicamente, ma anche praticamente le cupole in rosso.

Ma per gli arabi, come in natura, il rosso attrae le mosche, come l’azzurro le respinge, questo è un dato di fatto per cui, in climi e luoghi piuttosto caldi, come la Palermo araba, l’interno degli edifici era composto per lo più di maioliche multicolori, ma nel più delle volte queste maioliche erano di colore azzurro, di rosso della terracotta le coperture degli edifici, i coppi, e quindi anche delle cupole, e di bianco del gesso per i conci-tufo che venivano per così dire impermeabilizzati e protetti dalle intemperie. In siciliano il termine “azzolu” (azolo) era attribuito al colore di una sabbia particolare estratta dalla pietra lavica di Catania, e serviva, oltre a conferire alle lenzuola purezza e biancore, a colorare di azzurro gli intonaci ed alcuni decori, ovvero come l’ossido di cobalto per colorare di azzurro il vetro e le maioliche.
Secondo la concezione Neoplatonica di Plotino, le cupole rappresentavano la volta celeste, e dovevano essere dipinte di azzurro nel suo interno, così come noi vediamo il cielo d’azzurro, e del colore aureo ovvero rosso l’esterno, per rappresentare la regalità Del Padreterno, del sacrificio di Cristo, e della potenza dello Spirito Santo Paraclito [7]. Ma come si produce il colore rosso? Il pigmento si estrae dal murice comune, un mollusco gasteropode, appartenente alla famiglia dei Muricidi. Viene secreta da una ghiandola, come liquido vischioso di colore violaceo e già nell’antichità veniva utilizzata per la colorazione delle stoffe. In età imperiale rappresentava il colore per eccellenza. Il più ricercato era sempre il colore rosso porpora. Per riuscire a tingere anche una sola veste occorrevano migliaia di esemplari. Inoltre era un colore molto resistente ai lavaggi: era quindi preziosissimo e solo in pochi potevano esibire in pubblico questo colore. Per lungo tempo fu riservato all’uso sacerdotale e regale. Veniva già usato nei riti funebri del neolitico come colore cerimoniale, nelle figure rupestri europee è stato usato per disegnare la rappresentazione di uomini e animali. I primi a produrre la porpora furono i Fenici. La lavorazione della porpora costituì la fortuna delle città di Tiro e Sidone, quindi di numerose città greche, italiane, spagnole e nordafricane. Il rosso, quindi, ha una lunga storia. Il significato esoterico del rosso è quello del sangue e della vita, poiché senza sangue non si vive, il colore rosso sostituì il sangue vero diventando il colore sacro del sacrificio. Come simbolo di sacrificio dell’iconografia, il Cristo è spesso rappresentato con un manto rosso sopra ad una veste bianca, il simbolismo del rosso che si sostituisce al sangue del sacrificio permane nel rito dell’Eucarestia, rappresentato dal vino rosso. La forza evocativa (sangue e fuoco) è stata usata per scacciare gli spiriti e i demoni delle tenebre, nelle società primitive ogni notte si creava un cerchio di fuoco attorno agli accampamenti per difendersi dagli attacchi degli animali selvatici.

Un altro aspetto esoterico di questo colore è il legame con Ruggero II: egli nacque a Mileto il 22 dicembre 1095 la sua associazione con il solstizio d’inverno cade proprio tra la sua data di nascita e la data dell’incoronazione (Palermo 25 dicembre 1130). Il solstizio d’inverno corrisponde al sorgere del sole tra il 22 e il 23 dicembre (dove si fa cadere anche la nascita di Gesù con il Natale) questo è ancora uno dei motivi per cui il colore rosso è associato al Natale.

È molto interessante osservare il sorgere del sole, nel punto più verso sud di tutto l’anno: il sole è molto rosso. Il Natale, allo stesso modo, è il simbolo del Risveglio dal torpore delle tenebre e della rinascita della Luce; associato alla venuta del Dio-Sole che salva il Mondo, porta luce e pienezza di frutti sulla terra e speranza all’Umanità per mezzo del Figlio di Dio. Simbolicamente quindi solstizio d’inverno e Natale coincidono e rappresentano per questo periodo dell’anno momenti di alto valore simbolico e spirituale, come l’incoronazione dei sovrani.
Il rosso nelle corone:
Il Camaleuco (ovvero Kamelaukion. Pronunzia: kamelokion) era una corona tipica sia per l’uomo che per la donna e in età Comnena divenne il copricapo ufficiale dei sovrani bizantini. Il rosso ricorda il sacrificio dell’Agnello (rivolo di sangue che ricorda la corona di spine del Cristo che ricopriva di sangue la testa).
Nel Pontificale Romanun (pia pratica del battesimo della corona).
Alessandro di Telese racconta dell’incoronazione di Ruggero II. Parla delle geometrie pavimentali bizantine come dei tondi rossi, come mappatura in terra del sistema geometrico intuitivo dell’alzato planimetrico degli edifici bizantini, tra i quali le cupole rosse di Ruggero II.
È indubbio quindi l’uso frequente del rosso nella Palermo capitale del Regno di Sicilia. Ed il rosso quindi, oltre che estratto dal murice, il rosso delle cupole ottenibile dal colore naturale della terracotta, rafforzato da smalti e pigmenti in rosso porpora, ed il rosso dei tondi nei mosaici pavimentali bizantini, ottenibili da marmi rossi o, molto probabilmente dalla sezione di colonne granitiche di età romana, vi è anche il rosso Kermes (carminio) ottenuto dal sangue degli insetti, presente nel manto dell’incoronazione.
Non è tutto.
La perplessità nella ricerca e nella descrizione coeva a Ruggero, di cronisti che descrivono tali teorie nella Palermo antica del XII secolo appare pressoché nulla. Mi assaliva, di fatto, un dubbio, presto risolto.


Chi altro cronista, oltre a Falcone Beneventano, Ugo Falcando, poteva soddisfare il vero sapere storico dell’epoca?
Il mio interesse era accentrato su Al-Idrisi. Dal 1138 Abu Abd Allah Muhammad, meglio conosciuto come Edrisi o Al-Idrisi fu al servizio di re Ruggero II di Sicilia. Alla corte di Palermo, Al-Idrisi attese alla redazione di una carta geografica delle terre allora conosciute, la celebre «Charta rogeriana», ad illustrazione della quale scrisse un libro intitolato «Nuzhat al-mushtaq fi ikhtraq al-afaq», ossia «Lo svago per chi brama percorrere le diverse regioni del mondo», ricco di notizie di ogni genere su tutti i Paesi allora conosciuti.
Il lavoro per portare a termine la sua opera durò 15 anni e re Ruggero II, il vero ispiratore dell’opera, partecipò anche nei dettagli alla compilazione sia della Charta che del libro che dal nome del sovrano siciliano fu chiamato il “Libro di Ruggero”.
Secondo la traduzione di Michele Amari [8] del “Libro di Ruggero” si evince quanto dettagliata sia la descrizione di Palermo e pur ripetitivi i termini “edifici”, “palazzine” e “ville”, e di come Al-Idrisi si disinteressi nel descrivere le coperture/cupole. Eppur non è così. Ecco la traduzione dell’Amari che riporto quasi per intero, per il grande interesse e per evidenziare il contesto:
“…Palermo: città illustre e magnifica, località tanto prestigiosa quanto immensa, che domina, quale grandioso ed eccelso pulpito, le città del mondo intero, quella i cui pregi giungono all’apice. Da questa città, dotata di cose belle e nobili e sede regale nell’epoca presente ed in passato, muovevano le flotte e gli eserciti per le imprese belliche, e ad essa facevano ritorno, come del resto pur oggi avviene. Situata sulla riva del mare nel settore occidentale dell’isola, essa è circondata da imponenti e massicce montagne e la sua riviera è aména, soleggiata e ridente. Gli edifici di Palermo sono talmente splendidi che i viaggiatori ne decantano le bellezze dell’architettura, le finezze della struttura e la loro sfolgorante originalità. La città è divisa in due settori: il Cassaro ed il Borgo. Il Cassaro comprende nel suo insieme tre zone: quella centrale racchiude palazzi imponenti ed edifici eccelsi e dignitosi, così come numerose moschee, fondachi, terme e botteghe di grandi mercanti. Anche nelle altre due zone non mancano palazzi elevati, sontuose e alte costruzioni e gran numero di fondachi e bagni. Nel Cassero sorge la grandiosa moschea cattedrale, che fu un tempo chiesa cristiana ed oggi è stata restituita alla sua pristina funzione. E’ difficile che mente umana possa immaginarne l’aspetto per la superba sua fattura, i peregrini motivi ricchi d’estro e di fantasia, le svariate immagini, i fregi dorati e gl’intrecci calligrafici. Quanto al Borgo, è una vera e propria città che circonda da ogni parte il Cassero: vi si trovano il vecchio centro urbano chiamato al-Khàlisa, [“L’Eletta”] residenza del sultano e della sua corte al tempo della dominazione musulmana, la «Porta Marina» e l’arsenale adibito alla costruzione delle navi. Le acque attraversano da tutte le parti la capitale della Sicilia, dove scaturiscono anche fonti perenni. Palermo abbonda di alberi da frutto ed è dotata di edifici e luoghi di delizie talmente sontuosi da disorientare chi si accinga a descriverli e abbagliare le menti degli intenditori: a dirla in una parola sono una vera seduzione per chi li ammira. Il Cassero dianzi ricordato, fra i più muniti ed imponenti di quanti se ne conoscano, risulta inespugnabile a qualsiasi azione bellica; è assolutamente invincibile. Sulla sua parte più elevata sorge una cittadella, costruita di recente per l’esaltato re Ruggero con enormi blocchi di pietra da taglio e rivestita con tessere di mosaico: le linee sono armoniose, alte le torri, ben salde le bertesche e le garitte; palazzine e sale sono costruite alla perfezione e decorate con i più estrosi motivi calligrafici e con stupende raffigurazioni. I pregi di questa città sono attestati da tutti i viaggiatori, ed i giramondo la descrivono con espressioni iperboliche affermando recisamente che non esistono edifici più mirabili di quelli di Palermo né siti che possano eguagliare l’eleganza dei suoi ostelli; sostengono pure che i suoi palazzi sono i più decorosi e le sue case le più confortevoli. Il Borgo che circonda il Cassero vecchio, dianzi ricordato, ha una estensione considerevole, è ricco di fondachi, case e bagni, botteghe e mercati; per tutto il suo perimetro è circondato da mura, fossato e riparo. E dentro la cerchia delle mura, che tripudio di frutteti, quale magnificenza di ville e quante acque dolci correnti, condotte in canali dai monti che fanno corona alla sua pianura! All’esterno del Borgo scorre sul lato meridionale il fiume Abbàs che ha un corso perenne ed è cosparso di mulini, sufficienti al fabbisogno locale…”. Sappiate che il termine arabo “hamr” al-hamar cioè “la-rossa” è stato interpretato dall’Amari come “harem o harim o arìm che è tradotto come “palazzina” ovvero luogo ove soggiornano donne e bambini. Piuttosto il termine “hamr” al-hamar cioè “la-rossa” quba hamr = cupola rossa debba essere ricollocata nella suindicata traduzione, alla sottolineatura: [palazzine e sale]. Così la frase potrà tradursi: “…alte le torri, ben salde le bertesche e le garitte; le cupole rosse sono costruite alla perfezione e i decori sono lavorati con i più estrosi motivi calligrafici [iscrizioni cufiche e schermi per le finestre] e con stupende raffigurazioni… [nel loro interno]”.
Anche Umberto Rizzitano [9] traduce il “Libro di Ruggero”: “…la capitale dell’Isola è «Balarm (Palermo) la bella e immensa città; il massimo e splendido soggiorno; la più vasta ed eccelsa metropoli del mondo… [Essa è] circondata da grandi e alte montagne, [ma] la sua spiaggia è lieta e ridente… D’ogni intorno alla capitale della Sicilia [il terreno] è solcato d’acque e n’erompono delle fonti perenni. Palermo abbonda di frutta; i suoi edifici dalle rosse coperture [cupole] e le sue eleganti villette confondono chi si metta a descriverle. Ed abbagliano gli intelletti. A dirla in una parola, questa città fa girare la testa [il cervello] a chi la guarda…”. Il Rizzitano non smentisce. Ma appare chiaro ed evidente ciò che sostiene Adalgisa De Simone in merito alla polisemia dell’arabo. Che siano censure volute? Quello di Al-Idrisi quale massimo geografo sperimentale di tutto il medioevo fu tuttavia uno strano destino. Infatti mentre l’Islam occidentale subì durevolmente il suo influsso e gli tributò ampi riconoscimenti, quello orientale decretò il silenzio quasi completo sull’autore e sull’opera. E questo non tanto perché da musulmano aveva lavorato per un principe cristiano, ma soprattutto per aver messo continuamente in discussione quelle che erano le conoscenze e le credenze geografiche arabe. Sul fronte europeo, una volta subentrati gli svevi ai normanni, le lotte e gli scontri fratricidi tra gli eredi del Regno di Sicilia, portarono anche alla persecuzione degli intellettuali musulmani e ben presto la loro lingua fu messa al bando in tutta l’Isola. Oggi sono pronto a spezzare una lancia a favore del Patricolo: le cupole di Ruggero II e della Capitale del Regno di Sicilia erano rosse.

Diego Leggio

Note:

1 – Nota tratta da wikipedia.org;
2 – Catalano G., studi sulla legatia apostolica di Sicilia, Reggio Calabria 1973, La Legazia di Sicilia, pag. 16 e ss.
3 – Wikipedia – Chiesa di San Giovanni degli Eremiti.
4 – È il primitivo nucleo urbano che, nel X secolo, in epoca fatimide diverrà Il Cairo.
5 – Adalgisa De Simone, Palermo nei geografi e viaggiatori arabi del Medioevo, Napoli, Centro di studi magrebini, 1968.
6 – Francesco Carbonaro – Visitando la Corte Normanna – Viaggio tra le meraviglie della Corte Siciliana nel XII Secolo.
7 – Paraclito: dal greco paràcletos “Chiamare Vicino, proteggere come uno scudo, un’egida”. 8 – Michele Benedetto Gaetano Amari – storico, politico e arabista – (Palermo, 7 luglio 1806 – Firenze, 16 luglio 1889).
9 – Umberto Rizzitano – storico, arabista e islamista – (Alessandria d’Egitto, 18 ottobre 1913 – Palermo, 6 febbraio 1980).

Riferimenti bibliografici:
Ibn Haldûn, Ibn al Atîr in Biblioteca arabo sicula – Volume II, a cura di Michele Amari, Torino – Roma 1880 Ibn Gubayr, Viaggio in Ispagna, Sicilia, Siria e Palestina, Mesopotamia, Arabia, Egitto a cura di C. Schiaparelli, Palermo 1979 De Stefano Antonino, La cultura in Sicilia nel periodo normanno, Palermo 1938 Gabrieli Francesco, Viaggi e viaggiatori arabi, Firenze 1975 Mazzarese Fardella Enrico, Aspetti dell’organizzazione amministrativa nello stato normanno svevo, Milano 1966 Spoto Salvatore, Sicilia Normanna, Roma 2003.

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