L’opera dei Pupi (nei ricordi di un ragazzino)

A Palermo, l’arte si può incontrare senza troppa fatica. Basta girare per i nostri antichi quartieri: la si può ammirare sulla facciata di un antico palazzo nobiliare, oppure nella grazia leggera di una bifora trecentesca, o nel bugnato portale di una dimora cinquecentesca.
Ma l’arte a Palermo è anche cultura popolare, è spettacolo, e si caratterizza per la diversità e l’originalità delle sue manifestazioni artistiche che da secoli fanno parte della tradizione e dell’identità culturale palermitana e siciliana. Una di queste forme d’arte è rappresentata dall’opera dei pupi, una forma di spettacolo che io amo particolarmente per i motivi che, se l’emozione e la nostalgia non mi prenderanno, proverò a raccontarvi.

Da ragazzo abitavo nel centro storico della città, nel quartiere della Kalsa, esattamente in via Schiavuzzo. Eravamo vicini di casa con la famiglia del puparo Giacomo Cuticchio, uno dei suoi figli Nino era mio compagno di scuola e anche di banco, diventammo grandi amici (un’amicizia vera che continua ancora oggi). Le nostre case erano a pochi passi l’una dall’altra: i Cuticchio abitavano a pianterreno, noi al primo piano di una casa danneggiata dalle incursioni aeree dell’ultima guerra. Una stanza scoperchiata era diventata un terrazzo che si affacciava in uno spiazzo creato dai bombardamenti, che tutti chiamavamo “u sdirrubbatu”. Qui, io e Nino Cuticchio siamo cresciuti e abbiamo vissuto parte della nostra infanzia.
Dietro la loro casa il signor Giacomo aveva creato un piccolo teatrino dove, soprattutto nei mesi invernali, la sera si metteva in scena “L’opra”, che vedeva la presenza di parecchi spettatori, quasi tutti vicini di casa; ricordo di non aver visto mai un turista. A quei tempi l’opera dei pupi, anche se molto conosciuta, era ancora uno spettacolo per il popolo.
Il mio amico Nino mi chiedeva ogni tanto di dare una mano suonando il “pianino a cilindro”, compito che svolgevo diligentemente, anche se a volte ero “affettuosamente” richiamato dal signor Giacomo perché magari rallentavo o acceleravo un po’ troppo.
L’opera dei pupi seguiva un ciclo di rappresentazioni che durava tutto l’anno e narrava le gesta cavalleresche dei paladini di Francia: dal matrimonio di re Pipino, al “Campo di Maggio” (assemblea generale) in cui l’imperatore Carlo Magno bandisce dalla corte di Parigi il prode Rinaldo fino alla tragica morte di Orlando e la disfatta di Roncisvalle.
Gli spettatori, ricordo esclusivamente maschi, partecipavano allo spettacolo in maniera appassionata, si provava odio per il perfido traditore Gano di Magonza, che quando entrava in scena era accolto da urla e parolacce, mentre si accoglieva la comparsa di Rinaldo o di Orlando, considerati cavalieri senza macchia e senza paura, con applausi e grida di incitamento.
Nelle imprese dei paladini la gente viveva i suoi ideali,  con la fantasia si trasformava nei suoi eroi, in quel mondo suggestivo e atemporale dove ci si batteva a morte per uno sgarbo e per l’onore, dove cavalli alati, castelli stregati e negromanti rendevano possibili ogni vicenda.
Quelle storie (alcune scene le ricordo ancora a memoria) fatte di amori, inganni, incantesimi, tradimenti e duelli mi affascinavano e sollecitavano la mia fantasia.
Conoscevo la maggior parte dei paladini, li riconoscevo dalle insegne nelle armature, la croce per Orlando, il leone su sbarra per Rinaldo e per la valorosa Bradamante sua sorella, la M per il perfido Gano di Magonza, l’insegna del sole con fattezze umane per Oliviero, la stella per Uggeri di Danimarca e la testa leonina per Amone di Dardena: ovviamente il mio preferito era il “ribelle buono” Rinaldo. Pupi-SicilianiIl signor Giacomo era un vero maestro, dominava la scena con la sua voce squillante, recitava a memoria e manovrava i pupi con tale sapienza da farli sembrare vivi.
Dalla mia posizione potevo vedere la fatica che faceva (i pupi pesano da 7 a 10 chili), e il sudore che gli scendeva copioso da tutto il corpo. I paladini, dentro armature scintillanti ed elmi impennacchiati, venivano animati tramite delle funicelle, le membra snodate e le braccia articolate permettevano al puparo di farli combattere con la spada sguainata e difendersi con lo scudo.
I pupi che raffiguravano i guerrieri saraceni avevano fiero cipiglio, grinte feroci, folti baffi spioventi, armature ornate di mezzaluna e grandi scimitarre ricurve. I cosiddetti mori di truppa (soldati saraceni) erano pupi che rivelavano già nelle linee del volto e nella cupezza dell’incarnato la loro ferocia. Si buttavano eroicamente nella mischia, ma il loro destino era segnato: finivano tutti sotto i colpi dei paladini e le loro teste, tra l’eccitato vociare del pubblico, volavano sotto i fendenti di Fusberta (la spada di Rinaldo) e di Durlindana (la spada di Orlando), rotolando sulle tavole del palcoscenico e davanti agli incantevoli fondali dipinti dalla signora Pina (la moglie del signor Giacomo) .

pina cuticchio
Lo spettacolo si concludeva con la “Farsa”, una scenetta comica che deliziava il pubblico. I protagonisti della Farsa erano i compari “Nofriu e Virticchio”, personaggi popolani dalla lingua sciolta, pungente e tagliente che ravvivavano l’ambiente con storielle di vita popolare dove equivoci e doppi sensi provocavano l’ilarità del pubblico presente. Quando tornavo a casa, se mio padre non era ancora andato a dormire, voleva che gli raccontassi la farsa. Ne conservo ancora un ricordo indelebile.
Un consiglio per chi non ha mai visto l’opera dei pupi, andate a godervi questi spettacoli prima che televisione, cinema e tutte quelle cose che sembrano vere ma non lo sono, ci portino via anche questo. In questi teatrini surreali troverete storia, leggenda, mito, passato e presente; e proverete suggestioni meravigliose.

Nicola Stanzione

 

6 COMMENTI

  1. Buongiorno. Tornando sul sito, ho trovato con piacere che almeno due persone hanno letto il mio ricordo d’infanzia. Per motivi di tempo e…di rispetto per lo spazio che occupavo, la volta scorsa mi limitai a descrivere solo alcune delle tantissime cose che mi rimasero impresse. E, pensandoci, mi viene in mente, sempre in quel vicoletto dove abitavo (anni fa lo rividi tutto diroccato e disabitato), tra la gente che lo abitava, il continuo entrare ed uscire dal negozietto chiamato la Taverna, gestito da ‘u’zu’ Totò’, da cui mio padre mi mandava a comprare il vino. Accompagnato anche da una ‘acqu’e’sessa’, che non era altro che una bottiglia di seltz, molto economica, stranamente, che aveva un meccanismo di espulsione del contenuto, acqua frizzante, premendo una leva in alto. Occorreva portargliene una vuota per averne una piena. E mentre mi riempiva il mio litro di vino, vedevo entrare gli avventori che ordinavano ‘un quai’tu e ‘na ‘zzusa’, ovvero un bicchierone di vino mescolato con una gazosa, forse l’antenato dei moderni mix tra alcool e bevanda frizzante dolce. Ai tavoli altri avventori bevevano vino alternandolo ad uova sode abbondantemente disposte in un piatto, già sbucciate. Ed ogni tanto qualcuno urlava: ‘carricu!’: evidentemente giocavano a briscola. Aggirandosi nel vicolo era tutta una serie di gambe distese per lungo su cui erano appoggiate delle sedie. Erano ‘ i’mpagghiaturi’, gli impagliatori di sedie, che seduti distesi per terra, impagliavano le sedie. Artigiani ormai scomparsi da tempo, che fabbricavano le sedie impagliate Accanto a loro un fuocherello acceso dove, poggiato su di esso, cuoceva una rozza pentolaccia, con un puzzo acre che infestava tutto il vicolo. Era la colla da falegname, per incollare le sedie, che veniva ottenuta versandovi la colla solida in palline. Ogni impagliatore aveva accanto la sua colla che cuoceva e immaginate il tremendo odore che infestava tutte le stradine. Era l’economia artigianale del posto, non ricchissima ma bastevole per vivere dignitosamente Anche mio padre era un artigiano, ma delle calzature. Passava di lì, ogni mattina verso le dieci, ‘u’sfinciaru’, il venditore di sfincionello, che si sapeva doveva ‘ a’bbanniari’. Aveva una cantilena, ripresa poi da altri, che diceva, pressappoco, ‘sfincionelloo.. cavuru cavuru’. E mio padre, in sottofondo, a volte continuava la frase con una cattiveria, che pare si dicesse ai suoi tempi :‘sca’isu ru’agghi’u e chinu ri pruvulazzu’, cioè, per i non palermitani, carente d’olio e pieno di polvere. Ma gli abbanniaturi, cioè i banditori di frutta e verdura, erano una costante, lì, ne passavano tanti. E tra le urla che si sentivano, si mischiava il rito della domenica mattina. Improvvisamente la signora del secondo piano si affacciava e urlava improperi e parolacce alla signora di fronte, che, data l’enorme ristrettezza del vicolo, poteva quasi toccare con mano. E tra noi dicevamo, opportunamente istruiti da mio padre: sono le’stra’cchiulare’ o, peggio, i’stra’fa’lari. Mi fermo quì . Aggiungo che vengo spesso a Palermo, per il mio lavoro. C’ero sino a Giovedì scorso. Ed ogni volta la mia città è un balsamo che fa rinascere.

  2. Caro Vincenzo, penso che siamo stati fortunati, la nostra infanzia (siamo quasi coetanei) è stata straordinaria: si giocava per strada fino al tramonto e ci si divertiva con giochi semplici (ti ricorderai senz’altro di “acchiana u patri cu tutti i so figghi o una manta e la luna” e tanti altri….). Indimenticabile il nostro arancinaro, u “zù Natali”. Saluti Nicola Stanzione

  3. Grazie Vincenzo di questo bel pezzetto di storia, che è la storia dei vicoli di Palermo, ma più importante è che è la tua storia che condividi e racconti come ricchezza di vita ad ognuno di noi.

  4. Gentile sig. Stanzione,
    girovagando sul web mi sono imbattuto per caso sul suo sito. Mi presento: mi chiamo Vincenzo Scalia, ho 56 anni, sono palermitano e vivo da 15 anni a Roma. Ho scritto ‘a sgarra e inserta’ la parola ‘sdirrubbatu’ su Google e, sorpresa, è comparso il suo ‘pezzo’. Mi ‘firriava’ in testa questa parola, perchè io, che sono del ’57, sino al ’65 abitai in vicolo sant’Orsola, una ‘vanidduzza’ della via Maqueda, accanto alla chiesa San Nicola e via del Giardinaccio, detta ‘ u’jaidinazzu’. E lì dentro, tra quei vicoletti disagiati, sporchi e diroccati, giocavamo tra ragazzini in un punto sventrato dalle bombe della guerra, ancora calde…Quel punto era detto tra noi noi, appunto, u’sdirrubbatu.
    E quanti ricordi mi affiorano nella mente, della mia Palermo, di quegli anni. Il venditore di arancine al cioccolato, che, passando la mattina, suonava la trombetta e diceva: mi ‘nni vaju!
    Lo chiamavi dal balcone, calavi u panaru, e con 50 lire ti dava un’arancina ben arrotolata nello zucchero. Ma alle sei di ogni mattina si sentiva la voce cantilenante del venditore di ‘ciavusi’, ovvero i gelsi, bianchi o rossi. Che diceva una filastrocca che capii dopo molto tempo: ‘…a st’ura t’arrifriscanuuu’.
    Quella era la via Maqueda, la centralissima via Maqueda. Chi lo direbbe, col traffico di oggi, che in certi momenti della giornata ‘cunzavamu’ le porte e giocavamo a calcio? Le vetture erano rarissime….
    E proseguivano i nostri giochi a Ballarò, più pulita di oggi.
    Allora, in prima elementare, alla Gaetano Daita, fui rimproverato dalla maestra, in prima elementare, di non saper parlare in italiano. Infatti, tutti ci esprimevamo solamente in strettissimo dialetto palermitano. Oggi è cambiato qualcosa: sono persino laureato. A risentirci

  5. Queste meravigliose tradizioni mi rendono fiero di essere siciliano. Questo articolo mi ha fatto tornare bambino per un attimo, ai tempi in cui Palermo era molto diversa.

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