Palazzo dei Principi Papè di Valdina

Nicola miniatura

Foto da: panoramio.com
Foto da: panoramio.com

Una delle più grandi e prestigiose dimore nobiliari della città,  ubicata ad angolo tra il Cassaro e l’antica “Ruga di la Dimonja”, oggi via del Protonotaro, che è stata gravemente offesa dalle bombe della seconda guerra mondiale è  Palazzo Papè di Valdina, di origini certamente medievali. Si distingue per l’originalità della sua pianta ad U, un corpo centrale con due bracci laterali, tipicamente settecentesca. Prima di appartenere ai Papè di Valdina questa antica casa appartenne a varie nobili famiglie, tra i  proprietari di cui si ha notizia vanno citati gli Afflitto, gli Alliata, Nicolò Leonfante  e Francesco Opezzinga Barone di Palazzo che lo cedette nel 1551 a Lancillotto Galletti Barone di Fiumesalato. Nel 1626 il palazzo venne acquistato da donna Giovanna Antonia Spinola Baronessa di Villanova ed infine nel 1634 passò a don Ugone Papè Principe di Valdina e Duca di Giampilieri.  I Papè  ampliarono la “Grande casa sul Cassaro” con l’acquisto di case, magazzini e botteghe limitrofe che accorparono al loro palazzo, cosicchè all’inizio del XVIII secolo i principi di Valdina  possedevano una vastissima area estesa circa 3000 metri quadrati che comprendeva l’intero isolato tra il Cassaro e il  cosiddetto “Piano delle Sette Cantoniere“. Nel 1743 il superbo palazzo era la residenza di don Ignazio Papè e Ballo Duca di Giampilieri e Principe di Valdina. Essendo questi Protonotaro del Regno, una delle cariche più importanti del regno, la strada in cui sorgeva la sua residenza prese il nome di “Via del Protonotaro”.

Il Palazzo

Nella seconda metà del settecento i Principi di Valdina dispongono nuovi abbellimenti del palazzo conferendogli un aspetto fastoso, con dei saloni artisticamente decorati con stucchi dorati e affreschi tra cui il famoso affresco attribuito a Antonio Manno allievo di Vito D’anna  raffigurante il “Ritorno dalle Fiandre in Sicilia della famiglia Papè” che un tempo campeggiava nella volta del grande salone da ballo, del quale oggi resta soltanto una testimonianza fotografica. Gli ambienti dell’ala nobile erano elegantemente arredati e rivestiti con pregiate tappezzerie di seta ricamate a mano, alcune fatte arrivare appositamente dalle Fiandre. La magnifica sala da pranzo, chiamata anche stanza del Re, perchè le donne di casa Valdina erano dame di corte della Regina, era rivestita di damasco rosso. I pregevolissimi pavimenti in cotto smaltato a disegno, raffiguranti scene bucoliche e allegoriche erano assolutamente memorabili per bellezza e pregio artistico. Anche le porte e i sovrapporta erano dipinti con eleganza settecentesca, opere di Antonio Manno con la collaborazione del fratello minore Vincenzo. Nel palazzo facevano bella mostra di sè una importante quadreria, raffinati arazzi ricamati e innumerevoli opere d’arte di pregiata fattura: testimonianza di un antico aristocratico sfarzo e della vita mondana che si svolgeva in questa dimora. Originariamente il palazzo aveva il prospetto e il portale principale sul Cassaro. Sopra l’ultimo piano e nei sottotetti si sviluppava un lungo camminamento che le suore del vicino monastero di San Giovanni dell’Origlione attorno al 1717 avevano fatto realizzare per poter raggiungere l’ambito “affaccio” sul Cassaro. Questo ardito camminamento fu progettato dagli architetti Carlo Infantillino e il padre domenicano Tommaso Maria Napoli. Successivamente nel 1723 le suore dettero incarico agli architetti Venanzio Marvuglia e Giovanni Rossi di proseguire l’opera realizzando un belvedere lungo il fronte del Cassaro.

Palazzo Papè
Foto da: skyscrapercity.com

Ciò che  oggi rimane di questa importante dimora è visibile soprattutto dall’ampio atrio settecentesco con accesso da via del Protonotaro, su cui si affacciano i prospetti con i tipici balconi in ferro battuto a “Petto d’oca”, scanditi da alte lesene, sorretti da grossi mensoloni in pietra scolpita e sormontati da eleganti timpani curvilinei. L’atrio conserva addossata alla parete, una assai pregevole fontana  barocca con vasca in marmo, fino a poco tempo fà decorata da teste leonine in funzione di bocche d’acqua, recentemente asportate. Il palazzo inglobava una piccola e antichissima chiesa (XII sec), intitolata a San Tommaso, arcivescovo di Canterbury, che aveva un ingresso in fondo all’atrio del palazzo ed un altro dal vicolo del Lombardo. La piccola chiesetta fu fatta edificare ad opera di alcuni parenti dello stesso arcivescovo Tommaso Becket esiliati in Sicilia e accolti dalla Regina Giovanna, moglie di Guglielmo II,  pochi anni dopo la canonizzazione di questo Santo. Rinnovata completamente in stile barocco nel 1718 ad opera di don Luigi Papè e Valdina divenne cappella del palazzo (sconsacrata e in pessime condizioni è oggi adibita ad altri usi). Attualmente tutto il complesso monumentale versa in condizioni di forte degrado, della magnificenza di un tempo resta ben poco, tutta la parte che si affacciava sul Cassaro (attuale Corso Vittorio Emanuele), distrutta dai bombardamenti del 1943, esiste soltanto come “segno della memoria”. Ancora fino agli anni trenta casa Valdina manteneva intatto il suo antico fasto e splendore, con i magnifici arredi, la numerosa servitù con le livree verde oliva, il colore del casato, il maestro di casa  con l’inappuntabile uniforme ed il portiere gallonato con tanto di bastone d’argento davanti al portone d’ingresso. Espressione di una vanità tutta aristocratica. Poi, negli anni del dopoguerra la decadenza, l’abbandono, i furti, l’opera di sciacallaggio e la perdurata incuria hanno decretato la fine della nobile dimora. Destino che accomuna  molti palazzi storici di Palermo. Situazione che immalinconisce: e per tutto questo dobbiamo ringraziare la sciagurata politica dei decenni passati che, indifferente, ha lasciato marcire un intero patrimonio monumentale.

Nicola Stanzione

7 COMMENTI

  1. Ma scusate… sì la politica fa schifo, etc. etc. Ma i proprietari? Perchè lo hanno abbandonato?
    Se non erano in grado di restaurare il palazzo perchè non lo hanno venduto a chi avrebbe potuto?

  2. Un plauso va al signor Nicola Stanzione,per tutto quanto ci ha raccontato del Glorioso Palazzo palermitano.
    Un vibrante VERGOGNA va invece agli amministratori vecchi e nuovi della nostra martoriata Palermo per tutto quanto non hanno voluto e saputo fare per salvare il salvabile o abbattere e ricostruire per eliminare l’obbrobrio che ancora oggi,dopo 70 anni si mostra ai nostri occhi.Alla nostra città dire come nei Vespri Siciliani di Verdi.”O TU PALERMO TERRA ADORATA A ME SI’ CARA…..ALZA LA FRONTE TANTO OLTRAGGIATA !!”

  3. Un plauso riconoscente a Nicola Stanzione per le informazioni e notizie preziose che ci ha dato ed un Vergogna sentito per gli amministratori vecchi e nuovi di questa martoriata Palermo.Ci sarebbe da aggiungere,come nei Vespri Siciliani :”O TU PALERMO,TERRA ADORATA A ME SI’ CARA….ALZA LA FRONTE TANTO OLTRAGGIATA…”

  4. Tutte le volte che leggo delle degradate condizioni dell’innumerevole patrimonio artistico palermitano,mi si stringe il cuore,mi manca il respiro e mi sale una grande rabbia.Palermo ti amo

  5. Ancora un tesoro palermitano che rischia di andare perduto. La guerra non è stata clemente con la nostra terra, ma anche le amministrazioni non hanno fatto un gran bene.

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