Natale del 1194, a Jesi, nelle Marche, dopo un lento e faticoso procedere sotto vento, freddo, pioggia, neve, un’imperatrice già grande di età si era fermata per dare alla luce il suo unico figlio, quel Federico che, diventato re e imperatore, avrebbe stupito il mondo intero e avrebbe scritto lui stesso che la piccola città marchigiana era “la nostra Betlemme.”

Nello stesso momento, a Palermo, Enrico VI, il padre del bambino, dopo aver conquistato la Sicilia con l’aiuto delle flotte genovese e pisana, si era installato nel Palazzo reale di Palermo e si stava spavaldamente facendo incoronare re di Sicilia. Il titolo spettava alla moglie, Costanza d’Altavilla, ultima discendente dei re normanni, ma Enrico giudicava che la corona spettasse a lui per diritto d’impero e di conquista.
Chissà se in quei momenti, in cui probabilmente avvertiva le prime doglie, Costanza si ricordava l’anno trascorso, così pieno di eventi inaspettati. All’inizio dell’anno aveva approvato e sostenuto la decisione dell’imperatore di ritentare la conquista della Sicilia, dopo il tentativo fallito di tre anni prima, allorquando l’esercito imperiale era stato bloccato a Napoli, decimato da una terribile epidemia, e lei stessa fatta prigioniera da suo nipote Tancredi – l’usurpatore del trono – due volte fedifrago e ribelle.
Questa volta il fato sembrava dalla loro parte: le casse del regno germanico traboccavano dell’oro del riscatto pagato in cambio della liberazione del re d’Inghilterra, Riccardo Cuor di Leone, il che permetteva di arruolare un impressionante esercito. Poco prima di Pasqua, a preparativi già avviati, era arrivata la notizia della morte inaspettata di Tancredi, che lasciava un erede di appena nove anni: la conquista del Regno sarebbe stata una semplice passeggiata militare!
Durante il periodo pasquale il concepimento: e intanto…
Ad Aquisgrana, la meravigliosa capitale di Carlomagno, le festività pasquali erano state celebrate con un fasto straordinario: non si contavano più i doni dell’imperatore, i benefici accordati alle chiese in cambio di preghiere, messe e Te Deum. Enrico sembrava un altro uomo, aveva perso la faccia severa, dura, arcigna, era diventato ottimista, socievole, a volte pure scherzoso. Fu in quelle circostanze che avvenne il concepimento tanto atteso e tante volte deluso?
Meno di un mese dopo, l’imperatore e l’imperatrice lasciavano la Germania, con un impressionante seguito, diretti all’Italia. Un viaggio faticoso, a velocità sostenuta, giacché era prevista la presenza della coppia imperiale a Milano per la Pentecoste.
Ed è proprio in quel momento che Costanza, già provata dall’arduo attraversamento delle Alpi, si era sentita male. Era possibile che si trovasse incinta proprio in un momento così impegnativo? Quando stava per recuperare il suo regno? Che gioia e che preoccupazione! A trentanove anni, questa rappresentava probabilmente l’ultima “chance” di mettere al mondo un erede e non poteva correre nessun rischio. Doveva lasciare il marito ripartire da solo, trattare tutto e tutti a modo suo, senza che lei potesse tentare la minima mossa per mediare tra i rudi teutonici e i furbi meridionali, e mitigare gli accessi di violenza dell’imperatore.
L’arrivo di un bebè, tanto sperato, tanto atteso, la bloccava: doveva trovare un rifugio sicuro, preferibilmente in un monastero, per passare i primi mesi più delicati di una gravidanza a rischio. Enrico, con la sua straordinaria capacità organizzativa, aveva, in men che non si dica, preso tutte le misure necessarie. Per lui era un’occasione fantastica: poteva organizzare la conquista del regno e unirlo all’impero senza dover sentire le osservazioni di sua moglie, certamente una donna intelligente, una testa politica, ma a volte una guastafeste con le sue osservazioni, i suoi scrupoli, perfino le sue rimostranze: lei non mancava l’occasione di ricordargli che era la figlia del grande Ruggero il Normanno! Ora, lui il maschio teutonico trionfava mentre lei assolveva al suo dovere di femmina, rischiando pure la vita.

Tutte queste cose Costanza le conosceva bene e, pur nei dolori del parto, pensava alla sua bella Palermo. Doveva fare appello a tutto il suo coraggio, a tutte le sue forze, a tutto il vigore trasmesso dai suoi antenati per affrontare e superare questo momento. Già pensava al futuro: appena superata la quarantena da parto, si sarebbe rimessa in via, con il suo bambino. L’avrebbe chiamato Costantino, sarebbe stato suo e l’avrebbe cresciuto a modo suo, alla siciliana, nel rispetto degli usi dei vari popoli , facendone, con l’aiuto di Dio, un sovrano coraggioso e giusto.
Così il fato permise a Costanza di mettere al mondo un infante che sarebbe diventato l’imperatore più ammirato e più odiato della storia: il nostro glorioso Federico II.
Liliane Juillerat