Rosa Balistreri Canta e Cunta

Rosa Balistreri“La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato,  pareva  che   venisse  dalla terra arsa della Sicilia. Ho avuto  l’impressione di averla conosciuta sempre, di  averla vista nascere e sentita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, donna, madre, perché Rosa Balistreri è un personaggio favoloso,  direi un dramma, un romanzo, un film senza volto.”
(Ignazio Buttitta)

In Sicilia il canto popolare è l’archivio socio culturale di un popolo dominato, tra gli altri,  da normanni, greci, arabi e spagnoli. Rosa Balistreri è nota non solo per aver recuperato testi di arcaica memoria, ma soprattutto per averli reinterpretati attualizzandoli al suo ambiente culturale. Per capire Rosa non è possibile  tralasciare la sua biografia. I suoi canti non sono che grida di una donna nata in una terra  bruciata dal sole che vuole scrollarsi di dosso miseria e dolore.

Rosa Balistreri nacque nel 1927 da una famiglia molto povera, e visse l’infanzia e la giovinezza nella miseria e il degrado sociale nel quale a quei tempi versava il quartiere della Marina di  Licata, in provincia di Agrigento. Figlia di un falegname geloso e violento, Rosa ebbe due sorelle e un fratello, Vincenzo, paraplegico dalla nascita. Fin da bambina, si dedicò alle più umili  attività: servì presso le case di famiglie benestanti, andò a lavorare nella conservazione del pesce nel quartiere Salato, mentre, nella stagione estiva, andava a spigolare per i campi assolati dei paesi vicini. In queste difficili condizioni, Rosa riversava nel canto la sua disperazione e la  sua speranza; la sua gioia e il suo dolore, come a  voler trasformare i versi in invocazioni e preghiere. Attraverso una voce carica, roca e profonda, Rosa trovò il mezzo per trasmettere la  sua vita sventurata. A quindici anni, ancora analfabeta, indossò il suo primo paio di scarpe e, ormai nota per la sua voce, cominciò ad essere chiamata per cantare in chiesa durante  battesimi e matrimoni. Un anno dopo, fu costretta a sposare Iachinazzo, che in seguito definì “latru, jucaturi e ‘mbriacuni”, “ladro, giocatore e ubriacone”. Quando questi perse al gioco il corredo della figlia, Rosa lo aggredì e, credendo di averlo ucciso, andò a costituirsi ai carabinieri, affrontando anche sei mesi di detenzione.
Ritornata alla libertà, per mantenere se stessa e la figlia, Rosa iniziò a raccogliere e vendere lumache, capperi e fichidindia per le strade della Marina.
Ben presto le si presentò l’opportunità di recarsi a Palermo, al servizio di una famiglia nobile. Purtroppo, il figlio dei ricchi padroni la mise incinta e, mossa dalle molte illusioni che nutriva verso il giovane, Rosa fu spinta da costui a rubare denari nella casa dei genitori. Scoperta, fuggì ma fu nuovamente arrestata e trascorse altri 7 mesi in prigione. Nonostante fosse incinta, fu   costretta a vivere per strada, fino a quando non fu accolta da un’amica ostetrica che la aiutò a partorire un bambino morto. Ripresasi, Rosa andò al servizio del conte Testa, e poté così sistemare la propria figlioletta in collegio a Palermo e imparare finalmente a leggere e scrivere. Dopo un breve periodo dovette abbandonare la casa del conte, e visse come sagrestana in un  sottoscala, insieme a suo fratello Vincenzo, che faceva il calzolaio. Quando il prete però tentò di abusare di lei, Rosa, senza cedere, svuotò le cassette dell’elemosina e comprò due biglietti ferroviari: per sé e per suo fratello.

Insieme giunsero a Firenze, dove Rosa visse per i successivi vent’anni. Vincenzo aprì una bottega di calzolaio e Rosa trovò lavoro al servizio di una distinta famiglia fiorentina, conquistando così una certa tranquillità. La sorella Maria li raggiunse poco dopo, scappando da Licata, e sfuggendo alle prepotenze del marito che, raggiuntala, la uccise. A seguito di questa  tragedia il padre di Rosa si tolse la vita impiccandosi sul Lungarno. Superati questi ennesimi  dolorosi avvenimenti, per Rosa iniziò un periodo di serenità: incontrò il pittore Manfredi Lombardo, con cui visse per dodici anni, che le diede amore e la possibilità di conoscere grandi personaggi della cultura e dell’arte. Tra i tanti conobbe Mario de Micheli, il quale, incantato dalla sua voce, le diede la possibilità di incidere il suo primo disco con la Casa Discografica Ricordi. Rosa non si fermò però ad interpretare vecchie canzoni. Grazie all’amicizia con musicisti e poeti, tra i quali vi era Buttitta, che la indusse a prendere lezioni di chitarra, partecipò attivamente alla composizione di testi, fornendo a volte anche la traccia musicale oltre all’interpretazione canora. Presero vita, così, canzoni come “Mafia e parrini”, “I Pirati a Palermu” e tante altre, come quelle sull’emigrazione e sul duro lavoro di contadini, minatori e jurnatari, cioè i lavoratori a giornata. Tramite le sue canzoni si entra dentro la terra arida di Sicilia, nei campi assolati, nell’oscurità delle miniere di zolfo, nella solitudine e nel dolore dei carcerati, nella nostalgia degli emigranti, ma il percorso non si esaurisce nel dolore ma viene esaltato nell’amore per la propria terra, per i piccoli, per le tradizioni religiose, e si sublima infine nella speranza, nella certezza di una giustizia sociale, nel rispetto per i lavoratori. “Adesso ho deciso di gridare le mie proteste, (sono parole di Rosa in un’intervista rilasciata a Francesco Pira) le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie”. Rosa entrò così a pieno titolo nel mondo dello spettacolo.

Conosciuto Dario Fo, partecipò nel 1966 al suo spettacolo “Ci ragiono e canto“. Finita l’avventura con il suo Manfredi, che la lasciò per una modella, Rosa cadde in depressione, e tentò il suicidio. Inoltre, la sua unica figlia era fuggita, incinta, dal collegio. Per questo chiese aiuto agli amici del Partito Comunista, che le permisero di esibirsi nelle Feste dell’Unità  in  varie  città.
Fu solo alla fine degli anni Sessanta che decise di tornare in Sicilia, non più come povera serva, ma come artista affermata.

Nel 1973 partecipò al Festival di Sanremo con la canzone in italiano “Terra che non senti“, ma fu esclusa. I pochi versi della canzone, scritta da Alberto Piazza, appaiono come il resoconto dei primi vent’anni di vita di Rosa, che canta il suo attaccamento alla Sicilia, la sua terra,  rimproverandola di vedere i propri figli emigrare, senza far nulla.
Stabilitasi definitivamente a Palermo, proseguì la sua attività recitando e cantando al Teatro Biondo in “La ballata del sale“, uno spettacolo scritto  appositamente per lei da Salvo Licata.
Il 1987 fu per Rosa l’ultima estate artistica come attrice teatrale, mentre come cantautrice continuò a girovagare per il mondo: in Svezia, in Germania, in America, raccogliendo sempre applausi ed apprezzamenti.

A Licata tornò un anno prima di morire, nel 1989, e in quell’occasione Giuseppe Cantavenera scrisse la sua biografia. Rosa si spense all’ospedale di Villa Sofia a Palermo, il 20 settembre del 1990, colpita da un ictus cerebrale. Rosa ha vissuto di canzoni, di fame, di botte e sogni mai realizzati. Buona parte del suo repertorio proviene da testi di autori ignoti. I temi ricorrenti sono quelli delle lotte contadine e della conservazione della cultura siciliana, sia sacra che profana. Non è un caso che buona parte dei testi da lei interpretati, abbiano come argomento feste sacre, “Lu venniri matinu”, “il venerdì mattina”  o momenti di  vita campestre, come “ Quantu basilicò”, “Quanto basilico”. Una costante, nelle canzoni di Rosa, è il suo schierarsi sempre dalla parte delle donne e dei lavoratori. Le sue sono quasi sempre canzoni di protesta, nelle quali emerge spesso la dicotomia contadino-­povero contro il padrone-­ricco. Quella di Rosa è una storia umana di sofferenza, lacrime, fame, privazioni, lutti e dolore. È la storia dei lavoratori dimenticati, delle donne che  stringono i pugni e vanno avanti.

Rosa Balistreri Canta e CuntaRosa Canta e cunta” è, insieme a “Quannu iu moru”,  “Quando  io muoio”, il testamento di Rosa e recita così: “Cantu e cuntu, cuntu e cantu, pi nun perdiri lu cuntu. Nuddu binidici lu me caminu, mancu la man unica d’un parrinu. E vaiu ancora comu lu ventu, circari paci sulu p’un mumentu. Lacrimi muti ni chiancivu, e quanti! La me nnuccenza si la sparteru in tanti: la malagenti, li priputenti.”
Rosa è impotente, ma non rassegnata. “Iu cantu pi putirimi  scurdari ca sugnu fora di la casa mia, cu stu distinu ccà nun c’è chi fari, e pensu notte e jornu di turnari”,  “Io canto per potermi scordare che sono fuori da casa mia, con questo destino non c’è che fare, e penso giorno e notte di tornare”, sono i versi di “Nostalgia”, scritta da Giuseppe Nicola Ciliberto. È il canto degli emigrati e si sente il dolore fisico della lontananza, dell’assenza, della mancanza “d’un raggiu di suli e di la zagara l’uduri”, “di un raggio di sole e di zagara l’odore”. Questa è Rosa, una donna non bella, non colta, non agiata. Ma una donna forte, coraggiosa, che ci ha detto: “io moru senza vuci”,  “io muoio senza voce”, ma ci rammenta che solo ricordando i suoi versi, le sue canzoni, la sua memoria  rimarrà ancora viva.

                                                                                                                                   Cinzia  Orabona

Tratto da : “La Palermo delle donne” di Claudia Fucarino

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2 COMMENTI

  1. Gentili redattori, nel bell’articolo su Rosa Balistreri c’è un’inesattezza. Scrivete che la canzone “Terra che non senti”, scritta da mio padre per Rosa, fu selezionata per Sanremo all’unanimità, ma fu poi scartata perché Achille Millo, regista, amico di papà, usò la sola musica come sigla di chiusura di un documentario che andò in seconda serata su Rai2 e fu considerata NON INEDITA. Ricevetti personalmente il telegramma a casa e ricordo la delusione di Rosa che si era già comprata i vestiti per l’occasione! Per la precisione!!!

  2. Devo correggere. L’esclusione dal festival di Sanremo del 1973 fu causata da un esposto presentato da Umberto Bindi perchè il brano “Terra ca nun senti” non era inedito, ma era stato presentato mesi prima in una trasmissione televisiva “Stasera RRRosa” presentata da Achille Millo e di cui Rosa Balistreri era unica protagonista.

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