“Un tempo una casa”: la storia del museo Salinas

La costruzione dell’edificio e l’avvicendamento della struttura fino al giorno d’oggi

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È risaputo che il rione dell’Olivella prenda il nome dal latino olim villa, in latino un tempo una casa. Vi si trovava infatti la dimora della nobile famiglia dei Sinibaldi, dove più tardi sorse pure la casa dei padri dell’Oratorio di San Filippo Neri. Il prospetto frontale del complesso occupa l’intera piazza: a destra leggermente rientrato l’oratorio, al centro la chiesa, a sinistra l’ex-casa dei religiosi, oggi museo archeologico regionale intitolato ad Antonio Salinas.

La casa religiosa

I primi documenti sulla costruzione della casa religiosa si attestano al 1625, cominciata sicuramente prima dell’epidemia di peste (terminata col miracolo di Santa Rosalia), una volta completata la struttura dell’adiacente chiesa di Sant’Ignazio martire.
Le risorse finanziarie si raccolsero mettendo assieme i personali patrimoni dei padri – tra i quali spiccano Camillo Pallavicino, Simone Zati, Giuseppe Gambacurta -, liberi contributi della cittadinanza, doti dei rampolli accolti in Congregazione, lasciti via via offerti.
Nel 1625/26 il senato palermitano concede alla Congregazione le strade rientranti in quel lotto di terreno e si impianta il cantiere con l’architetto Mariano Smiriglio, affiancato da quattro padri che stimano la spesa iniziale «di sei in settemila scudi».
Tra il 1627 e il 1629 si completa l’intero pianterreno destinato ai servizi comunitari; intorno al 1630 l’elevazione dei corpi di fabbrica nel cortile di servizio vede le prime camere dei religiosi, che frattanto abitavano in case su piazza Olivella. I padri nel 1646 assumono l’importante decisione di non adibire ad Oratorio la parte di casa antistante piazza Olivella, preferendo continuare a servirsi della chiesa di S. Caterina (ove nel 1769 aprirono l’attuale Oratorio). Da quel lato dell’isolato sorgeva sui resti del «palagio de’ Sinibaldi», il “giardino dell’Olivella”, sul quale venne edificato il Palazzo delle Poste centrali. Al termine del XVII secolo la casa raggiunse l’assetto odierno, per cui ci si concentra sull’abbellimento degli interni, rinunciando nel ‘700 al progetto di ampliamento oltre Via Bara all’Olivella.

La “casa” prima del museo

Dal 2009 al 2016 l’edificio del museo è stato profondamente rinnovato dal cantiere di ristrutturazione interna ed esterna, che ha reso fruibili gli ambienti e rivitalizzato l’attività con nuovi allestimenti e più tecnologia. Il pianterreno è d’ingresso libero, ai piani superiori le sale espositive con ingresso a pagamento, uffici e laboratori. All’interno si trova ancora l’originale cappella seicentesca con soffitti stuccati ed affrescati, ornata in legno, oro ed avorio. Nella fontana del chiostro era collocata la statua marmorea di Gioacchino Vitagliano, con San Filippo Neri in paramenti liturgici e posa estatica, oggi custodita dai padri filippini. Negli odierni depositi seminterrati si trovavano dispensa e cantine, allocate sotto le cucine. Il refettorio era nell’attuale sala delle metope, con accesso dal chiostro grande e passaggio alla sacrestia tramite l’antirefettorio, dal quale saliva una scala per la sala di ricreazione. Durante le ristrutturazioni del 2009 in quella sala si è rinvenuto un soffitto ligneo con decorazioni policrome del ‘600; colà era pure collocata una serie di dipinti a mo’ di quadreria. L’ampio loggiato che affaccia su Via Roma era stato inizialmente concepito come “quarto Zati”, ossia l’appartamento destinato ad accogliere il marchese fiorentino Simone Zati, il quale entrando in Congregazione preferì invece abitare stanze alla stregua degli altri padri.

Statua di San Filippo Neri posta nella fontana del chiostro

Attaccata alla Chiesa v’è, o meglio, vi era la Casa dei Padri dell’Oratorio, nobile e maestoso edificio, dove si ammirava un simpatico Oratorio, a uso privato dei Padri, e una scelta e ricca Biblioteca di oltre a ventiduemila volumi e alquanti preziosi manoscritti, tra cui un rarissimo Codice della divina Commedia del 1300, e pregevoli pitture del Vecellio, del Novelli e del Maratti. – La Casa, però, e la Biblioteca furon travolte dal turbine dell’odierna civiltà, nell’anno nefasto 1866: la Biblioteca fu distrutta dai banditori della novella civiltà, a mille doppi peggiori degli antichi barbari: e la Casa fu tolta ai Padri, che n’erano i legittimi padroni, e tramutata in Museo da quei che stanno vindici e custodi dell’altrui proprietà! (p. Antonio Palomes, “Ricordo dell’Oratorio di Palermo”, 1894)

L’esproprio del 1866

La storia ci ricorda che l’8 luglio 1866 sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia venne pubblicato il Regio Decreto di “Soppressione delle Corporazioni religiose e destinazione dell’asse ecclesiastico”.
I beni immobili sottratti divennero carceri, caserme, scuole, ospedali, uffici, musei come nel caso qui considerato; le proprietà esterne furono per lo più alienate.
I documenti di «presa di possesso» (in parte leggibili nell’archivio digitale del FEC) della casa dei padri filippini di Palermo, presentano un verbale datato 08/10/1866 e una relazione del 16.22/12/1866; in altri fogli si specifica la farmacia e la biblioteca. Gli agenti demaniali incaricati di dare esecuzione all’esproprio, dovevano compilare articolati moduli per descrivere lo stato patrimoniale in dettaglio.
Nel 1867 il funzionario Giovanni Fraccia redige una minuziosa relazione degli ambienti, che è tutto dire quanto a pregio architettonico, nelle forme della struttura, gli emblemi e i decori.
A Palermo la casa dell’Olivella, con la sua particolare conformazione plani-volumetrica, si distingue dai più convenzionali conventi come anche dai collegi e dalle altre abitazioni religiose.
Agli esordi del secolo XIX questo aspetto è rilevato dagli architetti J.I. Hittorff e L. Zanth, autori di un testo sull’architettura siciliana. Nel presentare l’edificio al lettore, gli autori ricordano che molto spesso gli storici hanno messo in evidenza che «les maisons religieuses de Italie avaint de rapport avec les maisons antiques». E tra queste abitazioni “antiques” le case romane rinvenute a Pompei sono unanimemente reputate le più rappresentative «des proportions dont la grander et la perfait accord». A loro giudizio la casa dei padri dell’Oratorio di Palermo rispecchierebbe perfettamente questa antica tipologia. Ugualmente in entrambe sono distinte due parti: quella pubblica organizzata intorno all’atrium, quella privata aperta su un arioso peristilium, come pure vi sarebbe una perfetta conformità tra destinazione e ubicazione degli ambienti.

Se bene il primo pensiero di quei Religiosissimi Padri fosse di provedere d’una quanto più si potesse degna casa all’Altissimo, pure nō trascurarono di pēsare all’habitatione de’Padri, che ne doveano esser ministri. Riuscì questa vaga insieme, e magnifica, onde è stimata una delle più nobili frà le case Religiose, che si ammirano in Palermo: d’essa non è l’ultimo pregio l’accogliere frà le sue mura una numerosissima, & assai scelta libreria. Fu questa lasciata in testamento alla Congregatione di Palermo da D.Francesco Sclafani (…) Poscia ricevè il suo compimento con essere accresciuta di molto maggior numero di sceltissimi libri dal Padre Antonio Guerrasi (…) onde è una delle Biblioteche migliori non solo di Palermo, mà d’Italia. (Giovanni Marciano, “Memorie historiche della Congregatione dell’Oratorio”, tomo II, Napoli 1693, p. 401)

Da casa religiosa a museo Nazionale

Erano accessibili almeno tre attività aperte alla pubblica collettività: la farmacia di cui non rimase più traccia, il Monte di pietà che venne dilapidato in breve tempo, la biblioteca smantellata e riallestita presso l’allora Biblioteca Nazionale, al Collegio Massimo dei gesuiti (oggi biblioteca regionale), con smembramento dei fondi librari; stessa sorte subì l’archivio, in buona parte trasferito alla Gancia. Lo Stato incamerò pure i beni mobili che trovava all’interno dei complessi monastici, sicché il museo Salinas acquisì busti reliquiari, ritratti di padri, un manoscritto di San Filippo Neri, ogni sorta di soprammobile che vi si trovasse.

Museo Salinas Palermo

Compiuta la confisca ed espulsi del tutto i religiosi, la loro casa venne convertita da principio in Museo Nazionale, nel quale si trasferirono le collezioni fino ad allora custodite al museo dell’Università (fondato nel 1814). I Borbone avevano donato reperti di grande pregio provenienti da Pompei e Torre del Greco, mentre scavi e acquisti a cura della Commissione di Antichità e Belle Arti contribuirono ad accrescere le collezioni. Sotto la quarantennale direzione di Antonio Salinas (1873-1914) il contenuto del museo si indirizza sul patrimonio storico specificamente siculo e, dopo la seconda guerra mondiale, si sceglie di prediligere l’ambito archeologico. Alcuni pezzi di maggior valore oggi custoditi al museo Salinas sono: le metope dei Templi selinuntini, considerate il più importante complesso scultoreo dell’arte greca d’Occidente; la “Pietra di Palermo” con iscrizioni geroglifiche recanti gli annali delle prime cinque dinastie egizie (3238-2990 a.C.); l’ariete in bronzo di Siracusa; il monumentale frontone del Tempio C di Selinunte; il complesso scultoreo delle gronde leonine del tempio di Himera. →Museo Salinas

Il novello Stato nato dopo l’unità d’Italia diede nuova sistemazione alle proprie strutture, in immobili di cui si impadronì a costo zero. Nel successivo corso della storia, lo Stato italiano si fece carico dell’onere di mantenere tale patrimonio, sicché noi oggi speriamo che al restauro compiuto nell’antica casa dei padri filippini, si aggiunga anche la restante parte del complesso di chiesa e oratorio.

Corrado Sedda d.O.

Fonte di riferimento per le informazioni storiche ed architettoniche: Ciro D’Arpa, Architettura e arte religiosa a Palermo: il complesso degli oratoriani all’Olivella, Ed. Caracol, Palermo 2012

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Corrado Sedda
Corrado Sedda
Religioso della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri con sede nella chiesa di Sant'Ignazio all'Olivella

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