S. Giovanni degli EremitiTra i più interessanti esemplari dell’arte siculo-normanna, è considerato uno dei monumenti simbolo di Palermo.
Uno degli edifici ecclesiastici più affascinanti e singolari della nostra città.
Provate ad immaginare Palermo senza il fascino esotico delle cupolette intonacate di rosso che coprono la chiesa di S. Giovanni degli Eremiti.
Confinante con l’antica cinta muraria medievale sudoccidentale della città, il complesso di S.Giovanni degli Eremiti è situato nei pressi di Palazzo dei Normanni nel tratto un tempo lambito dalle acque del fiume del Maltempo (Kemonia), uno dei due fiumi che un tempo attraversavano la città (oggi interrato).

La Storia

Chiesa e convento di S. Giovanni degli Eremiti, secondo le cronache, furono edificati per volere del primo re di Sicilia Ruggero II, sovrano illuminato e colto, tra il 1132 e il 1148 su più antiche preesistenze di epoche diverse e affidati ai padri benedettini di Montevergine.
Lo storico Rocco Pirri nel suo “Sicilia Sacra”, mette in relazione il sito con uno dei monasteri benedettini fondati nel VI secolo da San Gregorio Magno nei possedimenti siciliani della propria madre, quello di S. Ermete ( da qui l’etimo “Eremiti”).
Nei secoli sembra che questo luogo abbia mantenuto sempre una destinazione religiosa, infatti, durante il dominio musulmano dell’isola, vi sorgeva presumibilmente, una moschea araba.
La vicinanza del monastero con la residenza regia ne fece subito luogo privilegiato, destinato anche alla sepoltura degli alti dignitari della corte normanna: il suo abate, che era anche il confessore privato del re, godeva del titolo di primo cappellano della cappella reale e di numerosi privilegi. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 1464 il complesso monastico (ormai privo di religiosi) fu assegnato da papa Paolo II, su suggerimento del cardinale Giovan Nicolò Ursino, ai monaci benedettini di San Martino delle Scale e poi, nel 1524 per volontà dell’imperatore Carlo V, fu concesso come “Gancìa” (ospizio) ai monaci benedettini di Monreale e all’arcivescovo di quella diocesi per la propria abitazione (in questa occasione l’intero complesso venne profondamente trasformato).
Le costruzioni normanne (chiesa e monastero), sono state edificate (come altre costruzioni del periodo), secondo modelli architettonici marcatamente islamici (architetti e maestranze erano di origini musulmane), frutto di una mediazione tra culture artistiche diverse, quella orientale e quella cristiana, che permise l’evolversi di un’arte e di un’architettura davvero unica nel suo genere.
La chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, che nel corso dei secoli ha subito varie modifiche e trasformazioni, ha una struttura a forma di parallelepipedo, con  proporzioni armoniose e non troppo grandi.

L’Architettura

La sua architettura, è fondata essenzialmente sul rigore geometrico, i paramenti murari sono costituiti da strati di piccoli conci di calcarenite a faccia vista, visibili sia all’esterno che all’interno, perfettamente squadrati e allineati.
L’interno, di forma geometrica semplice, si presenta spoglio, assai severo e disadorno di ogni decorazione con una disposizione planimetrica a croce commissa, cioè a forma di una T che si ripete per ben cinque volte: nelle due grandi campate dell’unica navata e con dimensioni più ridotte, sul vano che precede l’abside maggiore, nel diaconico e infine, a nord, sulla caratteristica torre campanaria.
La navata è composta da due ampie campate quadrate separate da un possente arco ogivale e si conclude con un transetto triabsidato la cui abside centrale, pressochè semicircolare, è pronunciata all’esterno oltre la struttura del muro: due soli archi ogivali traversi intervallano lo spazio longitudinale della navata.
eremitiUn ruolo determinante è rivestito dalla luce che penetra all’interno della chiesa, infatti per la sua particolare conformazione riesce a calibrare effetti di luce e ombre senza ricorrere ad espedienti scultorei o pittorici, o decorazioni musive, affidandosi soprattutto ad un uso sapiente delle aperture ogivali, che originariamente erano coperte da transenne preziosamente traforate in gesso, che un tempo schermavano le finestre.
Quello che resta oggi dell’antico monastero benedettino è l’elegante “chiostro”, costruito successivamente, in una data imprecisata, ma che per caratteristiche costruttive e stilistiche sembra probabilmente essere stato costruito intorno alla fine del XIII secolo.
Di forma rettangolare oggi è ridotto quasi allo stato di rudere, vi si possono ancora ammirare i resti di mura perimetrali e un’agile fuga di colonnine binate (simili a quelle del chiostro di Monreale) con arcate gotiche a sesto acuto.
Vi si accede attraverso un lussureggiante giardino ottocentesco di tipo mediterraneo (una piccola oasi di pace) connotato da una rigogliosa flora in prevalenza fatta da piante esotiche, composta da varie tipologie di palme, agrumi di vari generi, allori, ulivi, nespoli, agavi; tutta questa  vegetazione e gli scorci della chiesa, inquadrati dagli archetti gotici, conferiscono al luogo un fascino particolare.
Alla fine del XIX secolo l’architetto Giuseppe Patricolo nell’ambito di un programma di recupero di diversi monumenti siciliani, intraprese una radicale campagna di restauri dell’intero complesso mirata a restituire il presunto aspetto originario al magnifico monumento.
Gli interventi del Patricolo hanno liberato la costruzione dai volumi aggiunti e dalle graduali trasformazioni portando alla luce resti di strutture di età islamica e altre testimonianze risalenti ad epoche successive.
A tali restauri collaborò l’architetto Francesco Valenti futuro famoso sovrintendente ai monumenti siciliani.
Il complesso di S. Giovanni degli Eremiti fa parte dei nove monumenti inseriti nel percorso arabo-normanno palermitano diventato patrimonio mondiale dell’Unesco.
L’inserimento nella lista mondiale dei patrimoni da tutelare di un sito con caratteristiche così uniche rappresenta una grande occasione per Palermo e per tutta la Sicilia.
Una grande opportunità di sviluppo, di crescita culturale ed anche economica della nostra terra (da non lasciarci sfuggire).

                                                                                                                                      Nicola Stanzione

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Via dei Benedettini Tel. 091 6515019

Orari di visita
Lunedì, Domenica e Festivi Infrasettimanali dalle 9.00 alle 13.30 chiusura biglietteria ore 13.00 Martedì – Sabato dalle 9.00 alle 19.00 chiusura biglietteria ore 18.30
Intero € 6.00
Ridotto € 3.00
Gratuito per minorenni, over 65 della C.E. e scolaresche previo accordo

5 COMMENTI

    • Le consiglio di visitare sempre la nostra pagina eventi per essere sempre aggiornati, spesso sono aperte le catacombe di Porta d’Ossuna e i tetti della cattedrale, ma non mancano di certo altri siti come Palazzo Alliata il 25 agosto e sicuramente altri che via via andiamo aggiungendo. Buone vacanze

  1. Caro Pietro, hai perfettamente ragione, alcuni frammenti di intonaco rosso rinvenuti nel luogo bastarono a convincere il Patricolo che il colore originario fosse tale. Ma sappiamo che non furono mai rosse, del resto molti studiosi hanno confermato che originariamente le cupole erano di colore bianco. Anche sull’opera del Valenti mi trovi d’accordo, molti dei suoi restauri sono “discutibili”.

  2. Mi permetto di segnalare che si deve proprio all’intervento del Patricolo la “romantica” colorazione rossa delle cupolette, che in origine erano bianche (come si può notare un dipinto di Houel, se non ricordo male); si trattò, in qualche modo, di un errore “interpretativo”: le cupolette erano impemeabilizzate con il cocciopesto e sulla superficie presentavano alcune macchie rossastre e ciò bastò a ritenere che di rosso dovessero essere colorate.

    Quanto a Francesco Valenti, mi permetto di esprimere una certa perplessità sugli interventi che egli effettuò su molti monumenti: a partire, ad esempio, dalla riscostruzione della Cuba Soprana, o dalla distruzione della facciata Barocca di San Giovanni dei Lebbrosi a cui aggiunse un campanile “in stile”… ma esistito! Interventi, dunque, di tipo reintegrativo/riscostruttivo assai appaganti per il “narcisismo” del sovraintendente Valenti, ma del tutto irrispettose delle vicende e delle stratificazioni storiche degli edifici di cui si occupò.

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