Le quattro chiese di Palermo dedicate a Sant’Agata

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Sembra curioso che Palermo abbia dedicato a sant’Agata, patrona di Catania, ben due porte e ben quattro chiese! mentre a Santa Rosalia, patrona della città di Palermo oltre al Santuario di santa Rosalia, posto sul monte Pellegrino, oggi esiste solo una chiesa in città a lei dedicata: un monastero con chiesa annessa, fu demolito per consentire il taglio della via Roma tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900.
Il motivo è la grande devozione che il popolo palermitano ebbe per la giovane martire catanese, quando insieme a santa Cristina, sant’Orsola e santa Ninfa erano considerate patrone di Palermo.
Delle due porte, oggi ne esiste solo una in corso Tukory, mentre delle quattro chiese solo due sono ancora esistenti di cui una sola ancora aperta al culto. Andiamo a conoscere la loro storia.

Sant’Agata la pedata

Si tratta di una piccola chiesa in via del Vespro, vicino alla “Porta di Sant’Agata” che prese il nome appunto dalla chiesa. Non conosciamo il periodo in cui fu edificata e nessun segno architettonico è rimasto che possa aiutare ad identificare la sua datazione. Probabilmente deve essere stata in origine solo una cappella sulla via che conduceva al più famoso santuario di Santo Spirito, in seguito ingrandita. 

Dalla seconda metà del XIII secolo alcuni atti notarili la citano come “Sant’Agata de Petra” e ciò indica che alla base della edificazione era noto il “prodigio dell’orma sulla pietra“. Secondo la tradizione, la santa, tornando a Catania per subire il martirio, avrebbe poggiato il piede sopra una pietra che miracolosamente ne avrebbe trattenuto l’impronta. Il masso esiste ancora: inizialmente, era addossato al muro esterno, poi spostato nella nicchia di una porta minore e infine, collocato in una cappelletta interna, a sinistra dell’altare, un po’ dimenticata in verità. Certo, ci vuole davvero una fede ingenua per credere a questa sorta di miracolo, tuttavia se alla ingenuità corrisponde una devozione del cuore, anche questo va bene.

Il sasso con l’impronta del piede

Nel 1575 fu sede di alcune confraternite di maestranze cittadine per poi passare ai Padri Mercedari Scalzi e, infine, nel 1633 ai Padri Agostiniani che la ingrandirono e fondarono un piccolo convento. Oggi è una chiesa parrocchiale.

Dal punto di vista architettonico, abbiamo detto, che i vari restauri eseguiti nel tempo ne hanno cancellato completamente le vestigia originarie per cui risulta piuttosto semplice senza alcuno stile. La navata è unica, ma a sinistra è allargata da un corridoio dove sono collocate le poche cappelle. In fondo, un altarino con sotto la pietra dell’orma e sopra una statua lignea policroma probabilmente seicentesca, cara alla devozione popolare ma francamente approssimativa come fattura.

Chiesa di Sant’Agata alla Guilla

La chiesa sorge allo sbocco occidentale dell’antichissima “ruga Kes” (via del Celso) ad angolo con l’omonima piazzetta  del quartiere Capo, precisamente nella contrada denominata “Guilla”.

Incerta rimane l’origine di tale denominazione: la più probabile fa derivare il termine Guilla dalla corruzione del toponimo arabo Wadi, che significa fiume, sorgente. In questo luogo doveva trovarsi un giardino annesso alla casa dove Sant’Agata, secondo la tradizione, visse dopo essere fuggita da Catania.
La chiesa fu edificata in età normanna ma di quel periodo nulla o quasi è arrivato a noi. Tra il XVI e il XVII sec. fu riedificata dalle fondamenta, acquisendo le forme che ancora oggi possiamo ammirare.

Sant'Agata alla Guilla facciata

La chiesa di Sant’Agata alla Guilla ha un’architettura semplice ed essenziale. La facciata è di stile Gotico-Catalano, sebbene con alcune innovazioni in senso rinascimentale.
Di notevole interesse, è l’elegante portale, opera di scuola gaginesca, inquadrato da due lesene e fiancheggiato da due colonne. La parte bassa delle colonne e l’architrave del  portale, mirabilmente intagliati a motivi floreali, impreziosiscono l’intero prospetto e si fanno ammirare rispetto alla semplicità medievale della fabbrica.

L’impianto, originariamente a triplice navata, fu soggetto a vistose manomissioni per volontà delle suore Carmelitane Scalze a cui era stato affidato il complesso religioso: l’interno, snaturato dalla sua forma originale, fu ridotto ad un’unica aula centrale, mentre le navate laterali furono adibite a locali di servizio per le esigenze delle monache.

L’aula si conclude con il presbiterio semicircolare sovrastato da un elegante cappellone. Ai lati del presbiterio troviamo quattro cappelle, due per lato. Negli anni passati la chiesa è stata abbandonata con spoliazioni e furti di opere e degli arredi di maggior pregio.
L’edificio è piuttosto malconcio e non visitabile se non in occasione di qualche evento.


Leggi di più su questa chiesa e la sua storia nell’articolo dedicato: Sant’Agata alla Guilla.

Sant’Agata alle Mura o delle Scurruggie

Curioso questo l’appellativo con il quale è stata identificata questa chiesa dal popolo palermitano: scurruggie! Anche perché il termine viene spesso storpiato e talvolta in modo poco appropriato per una santa! Ci aiuta il Traina col suo dizionario di siciliano del 1868, dove definisce la scurruggia come “ciotola”. Il motivo di tale denominazione risiede negli ex voto che le donne affette da malattie al seno offrivano alla santa per grazia ricevuta: i seni d’argento o di cera, capovolti somigliavano appunto a scodelle, di cui il simulacro della santa era adornato abbondantemente.

Conosciamo la disputa tra Palermo e Catania riguardo la nascita di sant’Agata che alcuni storici del 600 e 700 pretendevano erroneamente che fosse nel capoluogo siciliano. Questi autori avevano addirittura individuato la casa dove sarebbe nata la santa, di fronte al non più esistente monastero di san Vito, lungo le mura omonime dietro il teatro Massimo.  In quel luogo fu eretta una chiesa, distrutta una prima volta durante la dominazione musulmana e ricostruita nel 1071 durante il regno dei normanni. 

Mura di san Vito, dove sorgeva la chiesa di sant’Agata

Si hanno notizie documentate del 1334, del 1439 con la concessione annuale di un tonno (Ruolo dei tonni) e di alcuni restauri effettuati nel 1586. Le ultime notizie riguardano la sua demolizione risalente a dopo il 1875 quando il rione dove sorgeva fu stravolto con una serie di demolizioni per liberare l’area dove sarebbe sorto il teatro Massimo.

Il frontespizio della chiesa di sant’Agata era rivolto ad Occidente, sull’odierna via Mura di san Vito. L’interno era a tre navate divise da archi e colonne e sulla volta e nell’abside, decorati a stucco erano affrescati episodi della vita di sant’Agata, opera dello Zoppo di Ganci. Altri quadri decoravano le pareti laterali.
Una curiosità di questa chiesa era la presenza di un pozzo nella navata laterale destra. Normalmente rimaneva coperto, e al di sopra era posizionato un confessionale. Ogni anno, il 5 febbraio, ricorrenza del martirio della santa, il pozzo veniva scoperchiato ed i fedeli potevano attingere all’acqua ritenuta miracolosa. La curiosa testimonianza di chi ne beveva era il sapore di latte, forse suggestione oppure per la presenza di un qualche minerale disciolto. Gaspare Palermo sostiene che il termine Sant’Agata delle scorruggie possa essere riferito alle ciotole con le quali i fedeli bevevano quest’acqua. In ogni modo, la chiesa è sparita insieme al pozzo, anche dalla memoria dei palermitani.

Sant’Agata dei “Carèri”

Dell’ultima chiesa dedicata alla Santa, ovvero sant’Agata dei Careri si hanno pochissime notizie. Era conosciuta dal popolo col nome di sant’Agatuzza ed il titolo si riferisce ai tessitori che in siciliano antico venivano chiamati appunto “careri”. Questa denominazione non era riferita alla capacità di ricamatrice della santa, ma al fatto che nel 1617 vi si riuniva la confraternita dei tessitori (careri) che la tennero fino al 1644 per poi cederla ai padri Mercedari che vi costruirono accanto un piccolo convento.

Probabilmente doveva essere una piccola chiesa di scarsa importanza tant’è che non ne parla quasi nessuno e come silenziosamente è sorta, allo stesso modo è scomparsa quando è stata demolita dopo i bombardamenti del gennaio del 1943. Al suo posto, nel ex piano di sant’Agatuzza, è stato costruito un edificio popolare. 

Si trovava quasi alla fine di via Porta di Castro in un’area dove la stessa toponomastica antica prendeva il nome dal luogo di culto: una via, un cortile ed una piazzetta sant’Antagatuzza esistevano fino alla fine del 1800. Oggi non più, solo un vicoletto è rimasto, vicolo forno a sant’Agatuzza, che doveva trovarsi proprio di fronte all’ingresso della chiesa, ma ricorda più un forno rinomato che la chiesa. 

Saverio Schirò

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Staff member. Appassionato di Arte e Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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