C’è un anno che tutti ricordiamo per la scoperta dell’America. Lo stesso anno, però, in Sicilia segnò la fine di una storia lunga quasi due millenni. Il 1492 fu l’annus horribilis degli ebrei siciliani, il momento in cui una comunità antichissima e radicata venne costretta a lasciare per sempre l’isola che aveva chiamato casa per secoli. Ripercorriamo questa pagina dolorosa, fatta di intolleranza, calcoli politici e di una partenza vissuta con grande dignità.
Una presenza antica di secoli
Quando si parla di ebrei in Sicilia, si parla di un popolo che abitava l’isola da tempi remotissimi. Secondo alcuni storici la loro presenza risalirebbe addirittura all’epoca dei Fenici, e la prima notizia certa della comunità palermitana risale al 598 dopo Cristo.
A Palermo gli ebrei vivevano in un quartiere chiamato la Giudecca, un dedalo di vicoli, piazzette, orti e giardini che si snodava lungo l’antico corso del fiume Kemonia, appena fuori dalle mura. Vi si accedeva attraverso una porta detta Porta di Ferro, o Porta Judaica, che comunicava con il Cassaro. Il quartiere si divideva in due contrade, la Meschita e la Guzzetta, e nel momento di massimo splendore arrivò a contare circa cinquemila abitanti, una delle concentrazioni ebraiche più alte di tutta l’Europa occidentale.
Curiosamente, gli ebrei palermitani chiamavano “meschita” la loro sinagoga, riprendendo il termine usato per le moschee dai dominatori arabi del passato. Le loro case avevano un dettaglio caratteristico: sullo stipite della porta, in una piccola nicchia, custodivano la mezuzah, un rotolo con alcuni versetti della Torah. Ancora oggi nomi come vicolo Meschita o via Calderai, dove per secoli lavorarono fabbri e fonditori ebrei, ci ricordano quella presenza.
Un popolo integrato e operoso

Gli ebrei siciliani erano tutt’altro che marginali nella vita economica dell’isola. Gestivano fattorie e industrie dello zucchero e del formaggio, lavoravano il corallo, erano abili artigiani e producevano gli attrezzi utili alla pesca, all’agricoltura e all’edilizia.
Dal punto di vista giuridico avevano uno status particolare: erano “servi della Camera regia”, cioè dipendevano direttamente dal re e dal regio erario. Non potevano ricoprire cariche pubbliche né sedere in parlamento, e dovevano portare cucita sugli abiti una piccola rotella rossa che li distingueva.
Quella condizione di “proprietà del re”, per quanto pesante, in qualche modo li proteggeva anche dalle angherie delle magistrature cittadine e del clero locale. Pagavano tasse spesso più gravose dei cristiani; e quando, nel 1492, l’Editto di espulsione li accusò di usura e di proselitismo, le autorità siciliane risposero che in Sicilia non risultava alcuna pratica di conversione dei cristiani e che il credito a interesse era esercitato nei limiti fissati dalla Regia Curia e dalle bolle pontificie.
Le radici della cacciata
Per capire l’editto del 1492 bisogna guardare a quello che stava accadendo in Spagna. In quegli anni stava nascendo la moderna monarchia spagnola, frutto del matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, celebrato nel 1469.
Proprio nei primi mesi del 1492, con la presa di Granada, i due sovrani avevano completato la Reconquista, strappando ai musulmani l’ultimo lembo di Spagna.
Alla base di tutto c’era un principio: “ubi unus dominus, ibi una religio“, cioè dove c’è un solo signore deve esserci una sola religione. Per costruire uno stato unito i re cattolici vollero un popolo compatto anche dal punto di vista della fede, e questo significava eliminare le minoranze religiose. Un ruolo decisivo lo ebbe il Tribunale dell’Inquisizione e il suo temuto inquisitore generale, il domenicano Tomás de Torquemada.
In Sicilia, intanto, il clima si era fatto pesante già da anni. Tra il 1474 e il 1491 le predicazioni infuocate di alcuni frati francescani e domenicani avevano alimentato l’odio contro gli ebrei. I viceré dovettero intervenire più volte per fermare quelle prediche, ma la violenza esplose comunque. Si verificarono assalti alle giudecche in diverse località dell’isola, da Agrigento a Sciacca, da Caltagirone a Taormina. Nel 1474 a Palermo un gruppo di ebrei fu condannato al rogo con l’accusa, mai dimostrata, di aver fatto circolare certi libri e scritture contro la fede cristiana. Nello stesso anno la violenza esplose a Modica e a Noto: a Modica si racconta che furono uccisi circa trecentosessanta ebrei tra uomini, donne e bambini; a Noto le vittime furono almeno una ventina.
L’editto e la resistenza dei siciliani
L’editto di espulsione venne emanato a Granada il 31 marzo 1492. Per la Sicilia ne fu predisposto uno specifico, diverso da quello spagnolo, in cui il ruolo di Torquemada e dell’Inquisizione era continuamente sottolineato. Il 18 giugno 1492 il Senato di Palermo, seppur tra mille riserve, fu costretto a renderlo esecutivo anche sull’isola.
Qui accadde però qualcosa di interessante. A differenza della Spagna, in Sicilia l’editto suscitò la netta ostilità del popolo e dei ceti dirigenti. Le magistrature locali temevano che dietro la questione religiosa si celasse anche un tentativo di re Ferdinando di restringere l’autonomia di cui l’isola godeva da tempo.
I siciliani contestarono le accuse una ad una, ricordando che gli ebrei non avevano mai cercato di convertire i cristiani. Soprattutto, misero in fila i danni economici che la loro partenza avrebbe causato. Si calcolava che gli ebrei spendessero circa un milione di fiorini l’anno per cibo, vesti e bevande, e che la loro assenza avrebbe paralizzato l’artigianato e l’agricoltura. Le proteste tuttavia, non poterono fermare l’inevitabile.
La partenza
Per gli ebrei siciliani si aprì allora una scelta dolorosa: convertirsi al cristianesimo o partire. A quindici giorni dall’editto la Corona pubblicò una lettera che offriva la conversione come via d’uscita, presentandola in modo da farla apparire spontanea. Molti accettarono, dando vita alla difficile vicenda dei “marrani”, ai quali furono promesse parità di trattamento che vennero poi disattese. Altri rimasero fedeli alla loro fede, sapendo che rinunciarvi avrebbe significato cancellare la propria identità, a cominciare dal nome.
Chi scelse di partire dovette affrontare condizioni durissime. I loro beni non furono confiscati, ma gli ebrei furono obbligati a venderli in fretta, spesso a prezzi bassissimi che fecero la fortuna di molti compratori cristiani. Dovettero saldare ogni debito con l’erario e con i privati, e la Corona impose loro una vera e propria tassa d’uscita di 125.000 fiorini, una cifra enorme. Potevano portare con loro solo il minimo per il viaggio: un abito, un materasso, una coperta di lana, un paio di lenzuola usate, alcune provviste e tre tarì, mentre quanto restava dalla vendita dei beni, dopo debiti e tasse, andava trasferito soprattutto tramite lettere di cambio, non in moneta sonante.
La data ultima della partenza, inizialmente fissata per settembre, fu poi spostata grazie ad alcune proroghe al 12 gennaio 1493. Mentre la Corona avrebbe voluto dare alla cacciata il massimo risalto, i siciliani e il Consiglio generale ebraico organizzarono invece le cose con ordine e compostezza, evitando il clamore. Dai paesini dell’entroterra, dopo viaggi anche di centinaia di chilometri, gli ebrei si raccolsero soprattutto nei porti di Messina e Palermo, da dove si imbarcarono lasciando con dignità la terra che avevano amato e vissuto come propria.
Dove andarono e cosa restò
La diaspora degli ebrei siciliani fu soprattutto meridionale e mediterranea. Gli esuli si diressero verso Napoli, la Calabria, il Nord Africa e l’Impero ottomano, dove Salonicco sarebbe diventata negli anni successivi il principale centro ebraico di tutto il Mediterraneo. Non di tutti conosciamo la destinazione: una parte si ricollocò nel Mediterraneo, di altri si perse ogni notizia.
Le conseguenze per la Sicilia furono pesanti. L’economia dell’isola ne risentì profondamente e alcuni paesini interni rimasero quasi deserti. Le sinagoghe vennero acquistate dai cristiani e destinate ad altri usi, le scuole chiuse, i libri dispersi. Di una comunità tanto antica e operosa rimase ben poco, quasi come se fosse calato un silenzio voluto.
Eppure qualche traccia è sopravvissuta al tempo. Cammina ancora oggi tra il vicolo della Meschita e la via Calderai, e troverai i nomi e gli echi di quel mondo scomparso. Sono testimonianze di una pagina della nostra storia che merita di non essere dimenticata.
Fonti: R. Casano Del Puglia, “L’editto di espulsione degli Ebrei dalla Sicilia, 1492”;
F. Renda, “La fine del giudaismo siciliano”, Sellerio;
B. e G. Lagumina, “Codice diplomatico dei giudei di Sicilia”;
H. Bresc, “Arabi per lingua, ebrei per religione”;
Università degli Studi di Palermo – Istituto Siciliano di Studi Ebraici;
U. Eco – Gli ebrei nel Quattrocento – Treccani.org