La rivolta del sette e mezzo: quando Palermo sfidò il Regno d’Italia

Nel settembre del 1866, sei anni dopo Garibaldi, Palermo restò in mano agli insorti per una settimana e mezza giornata. Per riprenderla lo Stato italiano mandò quarantamila soldati e le navi della flotta. Sono passati 160 anni e quasi nessuno la racconta.

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Immaginate di svegliarvi all’alba con le campane che suonavano a stormo, gli spari sotto casa e migliaia di contadini armati che scendevano dalle colline. In poche ore la città fu in rivolta. Nei giorni seguenti caddero la questura e il tribunale, la casa del sindaco venne svuotata e i suoi mobili finirono in strada a fare da barricata.

Non eravamo nel 1860. Eravamo nel 1866, e dall’altra parte delle barricate c’era il Regno d’Italia. Era la rivolta del “sette e mezzo”, perché tanti furono i giorni che durò, dal 16 al 22 settembre.

Una città esasperata

Nell’estate del 1866 i palermitani avevano più di un motivo per essere arrabbiati. Il colera aveva appena colpito città e campagne. La leva obbligatoria, che sotto i Borbone in Sicilia non si era mai applicata, portava via i figli alle famiglie contadine proprio quando servivano nei campi. Arrivavano nuove tasse e il monopolio di Stato sul tabacco, mentre la chiusura dei conventi lasciava senza lavoro e senza assistenza migliaia di persone.

Poi ci fu la goccia che fece traboccare il vaso: il governo aveva abolito la festa di Santa Rosalia del 4 settembre. Si poteva discutere di tasse e di coscrizione, ma toccare la Santuzza, a Palermo, era un’altra cosa.

In più molti funzionari, quasi tutti settentrionali, trattavano i siciliani come gente non ancora arrivata al loro grado di civiltà. Quel disprezzo, insieme a uno Stato appena uscito umiliato dalle sconfitte di Custoza e Lissa, produsse l’impossibile: mettere dalla stessa parte ex garibaldini delusi, nostalgici borbonici, autonomisti, repubblicani e mazziniani.

L’alba del 16 settembre

Già nel pomeriggio del 15, a Monreale, sventolavano bandiere rosse e si gridava “Viva la Repubbrica”.

All’alba le squadre arrivarono da Monreale, Bagheria, Villabate e Misilmeri. Le guidavano in buona parte gli stessi capisquadra che nel 1860 avevano aperto la strada ai Mille, come il monrealese Salvatore “Turi” Miceli, veterano del 1848, uscito dal carcere da pochissimo. Le avanguardie entrarono da Porta di Castro, Porta Sant’Agata, Porta Montalto e Porta Sant’Agostino, sotto gli occhi delle guardie del dazio che non capivano cosa stesse succedendo.

Gli uomini si sparpagliarono nei quartieri e i conventi diventarono punti di raccolta. Si gridava di tutto: “Viva la Repubblica”, “Viva Santa Rosalia”, perfino “Viva Francesco II”. Il popolo dei vicoli si unì alle squadre di campagna e la città si accese nel giro di poche ore.

L’assalto puntò subito ai simboli dello Stato, prefettura e questura: nell’attacco venne ucciso l’ispettore generale delle guardie di pubblica sicurezza. E soprattutto si bruciarono i registri della leva.

Sette giorni di barricate

Il primo errore degli insorti però fu anche il più grave: nessuno pensò a tagliare i fili del telegrafo. Dal Palazzo Reale, difeso da poche truppe, il prefetto Luigi Torelli riuscì a chiedere rinforzi a Messina, a Napoli e al governo, che allora sedeva a Firenze. Le risposte arrivarono in fretta.

Il sindaco, l’allora ventisettenne (e futuro primo ministro del Regno) Antonio Starabba marchese di Rudinì, scelse la linea dura. Il primo giorno uscì in strada con i soldati, ma venne respinto alle barricate di Porta Maqueda con molte perdite. Da quel momento restò asserragliato in municipio con granatieri e Guardia nazionale e rifiutò di trattare. Anni dopo Francesco Crispi glielo rinfacciò: invece di fare opera di pace, il primo cittadino era sceso in piazza armato contro la sua gente.

Il 17 settembre toccò alla sua casa, ai Quattro Canti. Secondo le ricostruzioni, alcuni gruppi partirono dal convento dei Crociferi camminando sui tetti e si calarono dai lucernari. Saccheggiarono tutto e buttarono in strada mobili, carrozze e suppellettili, che diventarono una barricata davanti alla chiesa di San Giuseppe dei Teatini, a una quarantina di metri dal municipio.

In casa c’era la moglie del sindaco, la francese Maria de Barral, incinta e con un bambino piccolo in braccio. Si salvò uscendo da una finestra e rifugiandosi dai vicini. La creatura che portava in grembo era Alessandra di Rudinì: da adulta sarebbe diventata la compagna di Gabriele D’Annunzio e poi, dopo la relazione, monaca carmelitana.

Lo stesso giorno Turi Miceli guidò l’assalto all’Ucciardone, il grande carcere che i palermitani chiamavano “Vicaria nova”, per liberare circa duemila detenuti. Le mura ressero. Il giorno dopo Miceli ci riprovò, ma venne colpito da una scarica di mitraglia e morì poche ore più tardi. Intanto gli insorti conquistarono la caserma dei carabinieri di piazza Marina e il tribunale.

La sera del 18 in città combattevano circa dodicimila uomini; in tutta la provincia le stime arrivavano a 35.000 ribelli armati. Nelle sale del Palazzo Reale le nobildonne curavano i feriti dei governativi, mentre le popolane facevano lo stesso per gli insorti nelle sacrestie e sotto i portici dei conventi.

La mattina del 19 entrarono in porto le prime navi con marinai, fanti, bersaglieri e cannoni. Ma gli scontri del pomeriggio andarono ancora a favore della rivolta, tanto che a Palazzo Reale si cominciò a pensare di trattare. Il 20 si sparava da una barricata all’altra attorno ai Quattro Canti. Proprio dietro quella costruita con i mobili di casa Rudinì cadde un altro capo, conosciuto solo come Gianni da Partinico: il suo vero nome nessuno l’ha mai scoperto.

I capi della Rivolta del Sette e mezzo

Il 18 settembre gli insorti si diedero anche un governo. Nel Comitato rivoluzionario, con sede nel convento di Sant’Agostino, la presidenza andò per anzianità al principe di Linguaglossa, nobile di formazione borbonica. La segreteria toccò a Francesco Bonafede, ingegnere mazziniano e futuro bakuninista, che secondo diversi storici fu il vero capo e l’autore dei proclami. Attorno a loro sedevano baroni e principi; a Monreale il comitato locale fu presieduto addirittura dall’arcivescovo, monsignor Benedetto D’Acquisto.

Nei paesi la rivolta ebbe un volto più cupo: a Monreale, Altofonte e Misilmeri le caserme vennero assaltate e decine tra guardie, carabinieri e funzionari furono uccisi, alcuni con inaudita ferocia. In città, invece, il console francese mise a verbale che i prigionieri non erano stati maltrattati e che i consolati stranieri erano stati rispettati.

La riconquista

La sera del 20 arrivarono da Livorno i piroscafi Città di Napoli e Washington, seguiti dal mercantile Principe Oddone, carichi di soldati. Il governo aveva appena affidato pieni poteri al generale Raffaele Cadorna, reduce dalla lotta al brigantaggio sul continente. Cadorna era convinto di avere davanti dei delinquenti comuni, e si comportò di conseguenza.

Il 21 fu la giornata decisiva. Le truppe sbarcarono ai moli e avanzarono a ventaglio verso il centro. Dal mare le navi della Regia Marina, con l’ammiraglia Re di Portogallo, cannoneggiarono via Toledo e la Kalsa, mentre dal forte di Castello a Mare l’artiglieria colpiva le barricate. Palermo venne bombardata dal mare, esattamente come avevano fatto i Borbone sei anni prima. La sera Bonafede firmò un ultimo proclama per chiamare la città alla riscossa: quella firma gli sarebbe costata cara.

I capi, ormai senza munizioni e senza l’appoggio della borghesia, chiesero al console francese di mediare una resa. Volevano essere riconosciuti come combattenti e non come briganti, e avere salva la vita. All’alba del 22 sbarcarono i bersaglieri arrivati da Ancona, e la risposta portata dal console fu secca: il governo non trattava.

I reparti occuparono strade e piazze una dopo l’altra. Chi veniva preso con le armi in pugno veniva fucilato sul posto. Verso mezzogiorno era tutto finito, e a sera, tra uno sbarco e l’altro, i soldati in città erano circa quarantamila.

Le carrette della Guardia nazionale giravano per raccogliere i corpi rimasti nelle strade. Lo Stato contò con cura i suoi caduti: tra 150 e 200, secondo le fonti, fra soldati, ufficiali e agenti. Dei morti tra insorti e civili, invece, nessuno tenne il conto.

La repressione

Il 23 settembre Palermo fu dichiarata in stato d’assedio. Il 24 arrivò l’ordine di consegnare le armi, insieme al divieto di allontanarsi dalla città per più di un chilometro senza un permesso della polizia. Il 26 venne sciolta la Guardia nazionale. Entrò in vigore la legge marziale: a giudicare non erano più i tribunali ordinari, ma quelli militari.

La vendetta però cominciò prima delle sentenze. Lo stesso 23 settembre ottanta uomini presi con le armi vennero portati fuori porta, messi in un fosso e fucilati. Persino due frati, sorpresi a suonare le campane a stormo, furono passati per le armi lì dove si trovavano. Secondo alcune ricostruzioni, ancora nel gennaio 1867 gruppi di detenuti vennero uccisi dai soldati durante i trasferimenti.

Gli arresti furono di massa, circa 3.600 secondo le stime. Le carceri scoppiavano. Ad aiutare la polizia ci furono gli elenchi delle squadre. Compilati dagli insorti per pagare i combattenti, una volta finiti nelle mani dei soldati diventarono vere e proprie liste di proscrizione.

I tribunali militari si insediarono negli ex conventi della Martorana e della Mercede e lavorarono in fretta. In circa quaranta giorni, tra il 20 ottobre e il 29 novembre, pronunciarono otto condanne a morte, quarantotto ergastoli e diciassette condanne a vent’anni di lavori forzati. In tutto i processati furono 297, i condannati 127. Bastava scorrere i loro mestieri per capire su chi cadde il conto: osti, carrettieri, facchini, garzoni, fruttivendoli, panettieri, macellai, barbieri, falegnami, sarti, fabbri, muratori.

Per i capi la storia fu diversa. I principi e i baroni del comitato vennero rilasciati quasi subito, giurando di essere stati costretti con la forza. L’arcivescovo D’Acquisto, che i giornali chiamavano “il noto brigante”, finì sotto processo e venne assolto. In cella restò soprattutto Bonafede, che non rinnegò la sua firma sotto l’ultimo proclama; per lui e per altri sarebbe arrivata l’amnistia l’anno seguente.

L’ultimo conto lo pagarono i conventi: vennero chiusi e 256 frati furono imbarcati per Genova, lontano dalla Sicilia, dove sarebbero rimasti per anni. I tribunali militari vennero sciolti il 17 dicembre 1866.

La rivolta dimenticata

Perché allora si parla così poco della rivolta del Sette e mezzo?

Subito dopo la rivolta, il colera tornato in città anche con le truppe, fece migliaia di vittime, e nel caos nessuno riuscì a tenere il conto dei morti civili. Inoltre non esistono più i documenti dei tribunali militari, probabilmente andati distrutti nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Infine c’è il motivo più scomodo: questa rivolta non piaceva a nessuno. Non entrava nel racconto eroico del Risorgimento, perché il nemico era il nuovo Stato italiano. Ma non funzionava neppure come rivolta reazionaria, visto che tra i capi c’erano mazziniani e repubblicani.

Gli storici ne discutono ancora. C’è chi la legge come una grande protesta sociale contro tasse, leva e miseria. E c’è chi, sulla scia del rapporto del prefetto Gualterio del 1865, ci vede la mano di ambienti già organizzati: quella “maffia” di cui proprio in quegli anni si cominciava a scrivere nei documenti ufficiali. Nel 1867 lo Stato aprì sulla provincia di Palermo una delle sue prime commissioni d’inchiesta.

Che i problemi fossero rimasti tutti lì lo capì l’intera città il 21 ottobre 1867, quando qualcuno issò un’enorme bandiera rossa sul Monte Pellegrino, ben visibile dalla città e dal mare.

Fonti

F. Brancato, Sette giorni di repubblica a Palermo. La rivolta del settembre 1866, Sicania 1993
P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra 1866-74, Einaudi 1954
L. Riall, Legge marziale a Palermo: protesta popolare e rivolta nel 1866, in «Meridiana», n. 24, 1995
M. De Mauro, Sette giorni e mezzo di fuoco a Palermo, pref. di L. Sciascia, Edizioni Andò 1970
S. Lombino – A. Maggi (a cura di), L’ultimo Risorgimento. Settembre 1866: la rivolta del Sette e Mezzo, Istituto Poligrafico Europeo
S. Lupo, Storia della mafia, Donzelli 2004
C. Tommasi, Il cholera di Palermo, Palermo 1867
E. Sassi, La rivolta del Sette e mezzo, in «Lettera del Centro Studi Isola di Ustica», n. 48-49, 2015

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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