Feste, Farine e Forche: quando il Carnevale servì a spegnere una rivolta

Come il viceré Trivulzio usò maschere, carri e cuccagne per addormentare una città che pochi mesi prima si era ribellata.

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C’è un’antica massima, attribuita un po’ a questo e un po’ a quel regnante, che dice che per governare un popolo occorrono tre F: Feste, Farine e Forche. Per secoli, a Palermo, questa ricetta fu applicata alla lettera. E il momento in cui la si vide funzionare in maniera più spettacolare fu proprio il Carnevale del 1648, quando un viceré scaltro usò carri, maschere e cuccagne per addormentare una città che fino a pochi mesi prima era stata in rivolta.

Una storia che ci ricorda quanto a volte le feste siano tutt’altro che innocenti.

Maschere, licenze e nerbate

Il Carnevale palermitano, durante il periodo spagnolo, era una creatura difficile da gestire. In quei giorni le strade diventavano un territorio particolare, spettacolare quanto insidioso. Le autorità però tolleravano eccessi e comportamenti che, negli altri trecentoquaranta giorni dell’anno, sarebbero costati la galera o peggio.

Il perché lo spiega con grande chiarezza Giuseppe Pitrè nel suo Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano: il Carnevale funzionava da valvola di sfogo. La gente mascherata poteva insultare i potenti, travestirsi, entrare in case chiuse, ubriacarsi e perfino regolare vecchi conti a suon di bastonate. Scrive Pitrè che spesso “delle nerbate da orbo fioccavano inattese sul postione d’uno spensierato spettatore, e pareggiavano i conti tra due nemici a compimento d’una vendetta lungamente agognata”. Tradotto: sotto la maschera, si menava duro, e nessuno rispondeva di nulla.

Il popolo lo sapeva benissimo, e aveva coniato anche un proverbio per l’occasione: “A lu livàrisi la mascara si canusci lu mascaratu”, ovvero è solo quando la maschera cade che capisci chi c’era sotto.

Le autorità, da parte loro, tentarono più volte di moderare questa sfrenatezza. Pitrè ricorda un bando del viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, emanato il 29 dicembre 1519, che permetteva di mascherarsi ma vietava categoricamente di portare armi, pena la relegazione o quattro tratti di corda. Non servì a molto: i Gesuiti di Bivona, nella metà del Cinquecento, si ritrovarono a predicare disperati contro “la sfrenata licenza del popolo sotto le maschere del Carnevale”, senza ottenere gran che.

Anche i viceré in persona non sempre la passarono liscia. Il 10 febbraio 1578, lunedì di Carnevale, in casa del capitano della città si tenne una commedia a cui assisteva il viceré Marcantonio Colonna con moglie e seguito. Pitrè riporta che la rappresentazione fu “tanto disonesta” che il Colonna si alzò e lasciò la sala a metà spettacolo. Il giorno dopo, in risposta, esiliò da Palermo tutti i recitanti per sei mesi. Una reazione non molto in linea con lo “spirito carnevalesco”.

Il Carnevale come arma politica

Se queste erano le regole non scritte del Carnevale palermitano, l’anno in cui il meccanismo fu sfruttato in modo più cinico e calcolato fu il 1648.

Pochi mesi prima, nell’agosto del 1647, la città era esplosa nella rivolta guidata dal battiloro Giuseppe D’Alesi. Carestia, tasse insostenibili e malgoverno avevano portato il popolo ad assaltare Palazzo Reale, a cacciare via mare il viceré Pedro Fajardo marchese di Los Velez e a proclamare D’Alesi “capitano generale del popolo” (ne abbiamo parlato qui). La rivolta finì male e D’Alesi fu decapitato, ma la città restava un vulcano pronto a riesplodere.

Il nuovo viceré, il cardinale Teodoro Trivulzio, capì una cosa importante: una Palermo affamata e umiliata, lasciata a rimuginare sulle proprie ferite, avrebbe prodotto altre rivolte in pochi mesi. Serviva qualcosa che la distraesse. E arrivò il Carnevale.

Pitrè racconta: “Il Viceré pensò ottener tranquillità e oblio eccitando, più o meno apertamente, a feste e sollazzi d’ogni genere. Nessuna occasione più acconcia ed opportuna del Carnevale”. Nobili e signori, naturalmente, capirono al volo l’antifona e aprirono i loro palazzi e le loro borse. Dal 19 gennaio al 17 febbraio 1648 la città fu un unico, ininterrotto festival di carri, spettacoli, cavalcate, maschere e cuccagne: quelle strutture decorate a forma di piramide dalle quali il popolo strappava alla rinfusa prosciutti, pane, salame e bottiglie di vino.

Il popolo palermitano ci cascò, ma solo fino a un certo punto. Un cronista dell’epoca, scrisse una frase che è un piccolo capolavoro di comprensione politica: a un certo punto, la gente “conobbe il velen dell’argomento” e capì che il viceré “con tanti apparati divertiva l’attenzione e l’animo dai tumulti”. Troppo tardi, ovviamente. Il momento della rivolta era passato, l’energia dispersa tra confetti e coriandoli, e Palermo si ritrovò con lo stomaco pieno per qualche settimana e il portafoglio comunale svuotato per anni.

La ricetta delle tre F aveva funzionato perfettamente. Le Feste avevano spento la collera, le Farine (distribuite in abbondanza durante le cuccagne) avevano calmato la fame. Le Forche, se necessarie, sarebbero arrivate dopo, e in effetti arrivarono, con un pugno di ferro sui superstiti della rivolta.

Una lezione sempre attuale

Le feste popolari, in tutta Europa, sono state storicamente uno spazio ambiguo. Da un lato permettevano al popolo di “respirare” fuori dalle rigide gerarchie sociali, dall’altro servivano al potere proprio come strumento di quelle stesse gerarchie: ti concedo lo sfogo, così non mi rovesci il trono.

Il Carnevale palermitano del 1648 è forse l’esempio più chiaro di questo doppio gioco che la storia della città ci abbia lasciato. Un episodio che restituisce in poche pagine una verità che vale ancora oggi ovunque: la festa più rumorosa, è spesso quella che copre il silenzio di qualcos’altro.

Fonti:

  • Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. I (capitolo Il Carnevale), Palermo, L. P. Lauriel di C. Clausen, 1889 (parte della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane).
  • Gioacchino Di Marzo (a cura di), Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, vol. III, Palermo, citato da Pitrè per il diario anonimo sul Carnevale del 1648.
  • Wikipedia, Rivolta di Palermo (1647) e Giuseppe D’Alesi.

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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