Se dicessi Maqueda, Caracciolo, D’Ossuna o Di Castro, subito si penserebbe ai luoghi di Palermo che portano questo toponimo. Ma non tutti sanno che questi personaggi sono alcuni dei circa 80 viceré di Sicilia che per più di tre secoli hanno governato l’Isola in rappresentanza del sovrano. Ma chi erano questi Viceré? Come funzionava questa istituzione e quando ha smesso di esistere?
Bene, facciamo un salto indietro nel tempo per esplorare la storia della Sicilia all’epoca dei Viceré, il loro ruolo, le sfide che dovettero affrontare e quali opere pubbliche hanno lasciato in loro ricordo.
Chi erano i Viceré di Sicilia?
La stessa parola li qualifica: i Viceré di Sicilia erano i rappresentanti del re in Sicilia. Pensateli come dei “sostituti” del sovrano sull’isola, dal momento che il re risiedeva lontano, di solito in Spagna. Questo ruolo divenne fondamentale quando la Sicilia, dal 1412 in poi, non fu più un regno completamente indipendente, ma entrò a far parte di regni governati da sovrani stranieri. Da quel momento, i Viceré governarono l’isola per più di tre secoli, fino a quando, nel 1806, Ferdinando III di Sicilia, abolì la carica e istituì in sua vece quelle di luogotenente e capitano generale.
La nascita di un ruolo chiave

Come mai è nata questa figura? Dobbiamo risalire all’inizio del XV secolo. Quando nel 1410, alla morte di re Martino il Vecchio, seguì un periodo di incertezza politica, chiamato “interregno”, durante il quale, la Sicilia fu guidata dalla regina Bianca di Navarra (ultima regina e primo viceré di Sicilia!), la seconda moglie del precedente re (Martino il Giovane), che agiva sotto la protezione dei sovrani aragonesi.
Nel 1412, accadde un evento decisivo per la storia della Sicilia: il Compromesso di Caspe. Questo accordo tra i diversi pretendenti stabilì chi avrebbe ereditato la Corona d’Aragona, che a quel tempo includeva anche la Sicilia. Il trono fu assegnato a Ferdinando de Antequera, della famiglia dei Trastámara. Da quel momento in poi, il re d’Aragona acquisì anche il titolo di Re di Sicilia.
Poiché il re risiedeva in Spagna, e non poteva essere presente costantemente in Sicilia, si rese necessario nominare un rappresentante permanente sull’isola. Nacque così la figura del Viceré, come la massima istituzione sull’isola in assenza del sovrano.
Il Viceré non era scelto a caso. Era nominato dal Consiglio di Stato del re, seguendo una proposta del Supremo Consiglio d’Italia, un organismo collegiale con sede a Madrid che si occupava dei domini spagnoli in Italia. Inizialmente, i Viceré potevano essere anche tre o quattro contemporaneamente e non avevano un limite di tempo per il loro incarico. Questo però creava degli inconvenienti, per venne deciso di ridurre il numero a uno solo la cui carica venne limitata a una durata di soli tre anni. Questa regola, però, non fu sempre applicata rigidamente.
Un compito arduo: il ruolo dei Viceré di Sicilia
Il ruolo del Viceré era incredibilmente complesso e difficile. Dovevano cercare di mediare tra due forze opposte: da un lato, la volontà assoluta del re, che era lontano e dava ordini precisi; dall’altro, le pressioni insistenti e spesso minacciose dei gruppi sociali e dei ceti forti (come i nobili, i baroni, la Chiesa) che avevano molto potere e molti interessi sull’Isola.
Il sovrano dava ai Viceré delle istruzioni segrete, chiamate “Restrictio viceregum“, che li obbligavano a rispettare strettamente la volontà del re. Evidentemente non era un compito facile districarsi tra pretese e pressioni locali. Tant’é che per garantire che i Viceré obbedissero alle istruzione reali e nel contempo rispettassero le leggi, il re Carlo V, a partire dal 1536, introdusse una figura di controllo: il Consultore. Il Consultore era un esperto di legge che non apparteneva né alla nobiltà locale né era del Regno di Sicilia: era posto accanto al Viceré per affiancarlo, assisterlo nelle questioni giuridiche (e controllarlo).
Tuttavia, questo sistema ebbe un doppio effetto: da un lato, aumentò l’influenza e l’ingerenza del Viceré su altri organi dello Stato; dall’altro, però, limitò anche l’autorità del Viceré stesso. Così, nonostante avessero ampi mezzi e poteri, i Viceré si trovavano facilmente in conflitto con gli interessi locali dominanti sull’isola, finendo quasi sempre per ricevere critiche e biasimo piuttosto che lodi.
Le difficoltà principali che incontravano in Sicilia, come scrisse Scipione Di Castro a Marcantonio Colonna nel 1571, erano molteplici: la forza del Parlamento siciliano, il potere dei signori feudali, i cosiddetti “baroni”; l’autonomia di alcune città importanti che avevano privilegi speciali; l’infedeltà dei funzionari locali e per finire la natura stessa degli abitanti che era incline alla ribellione.
Infatti non era raro che scoppiassero disordini o rivolte contro il governo, e il sovrano spesso era costretto ad intervenire, solitamente revocando il mandato del Viceré non gradito.
I Presidenti del Regno: un aiuto necessario
A supplire o collaborare con i Viceré, a partire dal 1429, vennero costituiti i Presidenti del Regno. Questa figura era nominata dal Viceré stesso, con l’approvazione del re e il benestare delle più alte autorità giudiziarie siciliane. Il Presidente agiva come un “vicario” del Viceré svolgendone le funzioni in caso di impedimenti, lunghe assenze dall’isola o malattie. Il Presidente aveva anche il compito importante di presiedere il Parlamento dell’isola.
A differenza dei Viceré, che spesso erano stranieri, i Presidenti del Regno erano generalmente siciliani e venivano scelti tra le persone più importanti e rispettate dell’isola: alti personaggi della Chiesa (come arcivescovi di Palermo o Monreale) o nobili influenti.
La vita dei Viceré di Sicilia: tanto sfarzo e altrettante difficoltà e pericoli
La vita dei Viceré in Sicilia rappresentava il potere e la ricchezza del sovrano lontano per cui era spesso associata a manifestazioni di grande pompa, lusso e sfarzo, tra manifestazioni religiose e profane, processioni, banchetti sontuosi, ricevimenti e giochi.
Tuttavia, la vita del Viceré non era solo feste e sfarzo. Era piena di grandi responsabilità da cui derivavano difficoltà e pericoli. Nella gestione del Regno dovevano occuparsi della lotta alla pirateria che infestava il Mediterraneo, rafforzare la difesa con l’edificazione di Torri costiere, mura e bastioni nelle città. E nel contempo, contrastare anche le tensioni interne dei baronati e il malcontento dei cittadini che costarono non solo a critiche, ma a volte attentati ed insurrezioni che portarono addirittura all’ espulsione dall’isola.
Viceré notabili e le loro opere a Palermo

Anche se molti affrontarono critiche, alcuni Viceré lasciarono un segno duraturo in Sicilia, in particolare a Palermo, commissionando importanti opere pubbliche che ancora oggi possiamo vedere o di cui conserviamo il ricordo.
Ne ricordiamo alcuni.
Bernardino de Cárdenas, Duca di Maqueda: Viceré dal 1598 al 1601. È famoso per aver avviato la trasformazione e l’ampliamento del Palazzo Reale (o Palazzo dei Normanni) a Palermo e aver dato il via alla nascita della “via nuova”, la via Maqueda, che del viceré porta il nome.
Garçia de Toledo: viceré 1565 al 1568 fece rettificare ed prolungare il Cassaro fino all’altezza della Vicarìa, il grande carcere di una volta, nell’odierna via Porto Salvo.
Marcantonio Colonna: Viceré dal 1577 al 1584. Fu lui a definire il prolungamento della stessa via fino al mare, facendo costruire la Porta Felice, dal nome di sua moglie donna Felice Orsini.
Giovanni Fernandez Paceco, Marchese di Vigliena: Viceré dal 1606 al 1610. Sotto il suo governo, iniziò la sistemazione dei Quattro Canti a Palermo, la famosa piazza ottagonale all’incrocio di due strade principali che infatti ne ricorda il nome.
Pedro Téllez-Girón, Duca di Ossuna: Viceré dal 1611 al 1616. Continuò i lavori ai Quattro Canti e fece aprire la non più esistente Porta D’Ossuna.
Francisco Ruiz de Castro Andrade y Portugal: Viceré dal 1616 al 1621 è colui a cui il Senato volle dedicare la Porta di Castro aperta accanto al Palazzo Reale durante il suo viceregno
Francisco Fernández de la Cueva, Duca di Alburquerque: Viceré dal 1627 al 1632. Completò la sistemazione dei Quattro Canti a Palermo.
L’eredità e la fine dei Viceré di Sicilia
La figura del Viceré, come rappresentante del re lontano, terminò ufficialmente nel 1806. In quell’anno, il re Ferdinando III di Sicilia (che poi divenne Ferdinando I delle Due Sicilie nel 1816) si stabilì in Sicilia e abolì la carica di Viceré. Al suo posto, istituì le figure del Luogotenente e del Capitano Generale che rimasero in carica fino all’assorbimento della Sicilia nel Regno d’Italia nel 1862.
Il periodo del Viceregno fu un’epoca di grandi cambiamenti esteriori, che tuttavia non portarono alla creazione di una società solida e moderna in Sicilia.
Il potere dei baroni insieme a quello della Chiesa, che divenne potentissima soprattutto nell’istruzione e nella cultura, mantenne l’isola divisa e impedì la nascita di uno “Stato moderno nazionale” nel senso pieno del termine.
La Sicilia, quindi, rimase una terra con una forte frammentazione interna. Non fu mai abbastanza forte da diventare indipendente, ma nemmeno così debole da essere assorbita da una grande potenza continentale.
Saverio Schirò
Immagine di copertina elaborata con AI da: stanza dei Viceré nel Palazzo Reale – foto di Holger Uwe Schmitt – Opera propria via wikimedia commons CC BY-SA 4.0
Molto interessante e di facile lettura. Gradirei leggere altri testi storici sulla Sicilia
Grazie Gabriella. Sul sito Palermoviva c’è una sezione dedicata alla storia della Sicilia ed ai personaggi. Ma c’è molto di più.
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