La misteriosa morte del viceré Caramanico

Nel Gennaio 1795, la Sicilia fu scossa da una tragica notizia. Il viceré Francesco d'Aquino, principe di Caramanico, era stato trovato misteriosamente senza vita. Cosa successe quella notte?

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Nel Gennaio 1795, la Sicilia fu scossa da una tragica notizia. Il viceré Caramanico, era stato trovato senza vita in una tenuta di campagna alle porte di Palermo.

L’evento suscitò un grande scalpore, oltre ad essere una figura di spicco nel governo dell’Isola (era viceré da quasi 9 anni), era stato protagonista di alcune delle riforme più importanti e rivoluzionarie dell’epoca.

Ma come è morto il viceré? Le fonti ufficiali dissero che il suo povero fegato, già malato, aveva ceduto in seguito ad una grande abbuffata, tuttavia una parola iniziò a farsi strada insistentemente tra le strade ed i salotti di Palermo: veleno.

Vediamo cosa successe in quel periodo.

Chi era il viceré Caramanico

La figura del viceré Francesco Maria Venanzio d’Aquino, principe di Caramanico è una di quelle che non può essere trascurata nei libri di storia della Sicilia.
Arrivò a Palermo nel 1786 per sostituire un altro personaggio di grande importanza per la nostra storia, il viceré Caracciolo.
L’insediamento del nuovo governatore fu atteso con grande curiosità e speranza, soprattutto dalle classi nobiliari che erano state non poco penalizzate dalle riforme del suo predecessore e che pertanto si mobilitarono in grandi cerimonie di accoglienza nella speranza di riacquisire almeno parte dei privilegi appena perduti.
Ciò che non sapevano è che con tutta probabilità il Caramanico era stato mandato in Sicilia perché le sue vedute progressiste ed egualitarie gli stavano facendo guadagnare popolarità a Napoli, minando seriamente le trame di potere della regina Maria Carolina e del suo braccio destro John Acton.

In pratica se il governo del Caracciolo era stato un terremoto per i nobili siciliani, quello del Caramanico sarebbe stato un vero e proprio uragano.

Un governo rivoluzionario

Le speranze dei nobili infatti si trasformarono ben presto in disillusioni, non solo il nuovo viceré non avrebbe restituito loro alcun privilegio, le sue visioni avrebbero addirittura concesso ancor più benefici ai contadini e a tutto quel popolino dal quale dipendevano le ricchezze delle classi abbienti.

In effetti il Caramanico ammiccava pubblicamente a quegli ideali di riforma che avrebbero ben presto portato alla Rivoluzione Francese, e in nome di questa visione, a suo avviso le condizioni del popolo siciliano erano inaccettabili.

Non passò molto prima che abolisse le “angherie”, delle prestazioni lavorative che i signori potevano imporre ai loro popolani senza dover riconoscere loro alcuna paga, perché considerate dovute. Solo un anno più tardi decretò la fine della servitù della gleba in tutte le campagne siciliane. Si trattò di una vera e propria stangata per i grandi feudatari dell’Isola.

Non fu l’unica rivoluzione del suo governo. Introdusse la vaccinazione obbligatoria contro il vaiolo, malattia che comportava centinaia di morti, lunghe quarantene e danni al commercio, visto che anche un solo marinaio ammalato poteva impedire alle navi da carico di attraccare e dunque causare ritardi negli scambi o addirittura la perdita dei beni maggiormente deperibili.

A lui si deve anche il divieto di portare armi sui luoghi di lavoro, spesso teatro di tragiche liti, e l’obbligo di seppellire i morti al di fuori delle mura delle città, legge che darà vita ad alcuni dei nostri cimiteri storici.

Infine fu sempre il Caramanico a far restaurare il Teatro di Santa Cecilia, dando il via ad una delle più apprezzate stagioni musicali che Palermo abbia mai visto, con l’esibizione di alcuni dei migliori musicisti dell’epoca.

Il giallo della sua morte

Le grandi innovazioni hanno sempre un rovescio della medaglia. Nel caso del Caramanico questo fu sicuramente lo scontento delle classi più agiate della popolazione.
È anche per questo motivo che la sua morte fu già all’epoca piuttosto chiacchierata, e da subito ritenuta sospetta.

Avvenne che l’8 gennaio 1795, il viceré accettò l’invito nella casa di campagna della principessa del Cassero, nella contrada palermitana delle Terre Rosse. Qui a lui e ad altri ospiti furono servite sontuose pietanze, dolci e rosoli sopraffini. Alla fine della cena il Caramanico si ritirò nell’appartamento della villa che la stessa principessa metteva a disposizione degli ospiti più illustri.

Qui verrà ritrovato esanime la mattina seguente, ufficialmente tradito da un suo noto male al fegato.

Tuttavia molte voci giravano in merito. Si diceva che il viceré avesse passato una notte in preda ad atroci spasmi e dolori di stomaco, contorcendosi e gridando aiuto con tutto il fiato che aveva in corpo, ma che nonostante ciò nessuno sia stato mandato a soccorrerlo, né un medico né tantomeno un prete quando ormai era prossimo alla fine.

Mentre le voci su un suo possibile avvelenamento correvano inarrestabili, i nobili si mostravano affranti e si prodigavano per organizzare un sontuoso funerale, contendendosi anche l’onore di ospitare il corpo nelle loro cappelle gentilizie. Ma intanto il tempo passava senza giungere ad una risoluzione e urgeva il bisogno di sistemare l’illustre cadavere da qualche parte. Si decise di tumularlo provvisoriamente nel convento dei cappuccini, tuttavia i mesi passarono e nessuno andò più a reclamarlo.

Intanto si preparavano le cerimonie per l’insediamento del nuovo viceré, il già arcivescovo di Palermo e Monreale Filippo Lopez y Royo, una figura decisamente più tradizionalista del suo predecessore. Le alte cariche del Regno potevano esserne soddisfatte.

Fonti: S. Spoto, I Gattopardi, Roma 2007, Newton Compton Editori
A. Scibilia, AQUINO, Francesco Maria Venanzio d’, principe di Caramanico su Dizionario Biografico degli italiani Vol.3, 1961, Treccani
Wikipedia.org – Francesco D’Aquino

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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