La chiesa di Santa Maria di Portosalvo

Un'opera del Gagini architetto, nascosta tra i palazzi del Cassaro

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Sotto Clemente VII Pontefice Massimo e l’Invittissimo Carlo V Imperatore e Re di Spagna nell’anno 1524 Tornando vittoriose dall’Africa le triremi sicule ed invocando aiuto per l’imperversare dei flutti durante il viaggio, la Madre di Dio, apparendo sulla vela della nave ammiraglia, le portò incolumi fino al porto dell’Oreto. Il comandante, grato per la ritornata calma del mare, memore di un sì grande beneficio, fece dono del vessillo della nave e si interessò a far dipingere l’immagine nel porto, come l’aveva vista. In seguito i Rettori: i nobili Ortensio Spatafora, Giovanni Gianbruno, Giovanni Di Blasi, con il consenso dell’Ill.mo Arcivescovo Giovanni De Garandolet e dei Senatori della città, cominciarono a costruire questo tempio il 31 Agosto e vi trasferirono quella stessa immagine. Da allora cominciò a chiamarsi di Santa Maria di Portosalvo. La sua festa cominciò a celebrarsi nell’ultima domenica di maggio.

Ho usato come incipit la traduzione di una lapide posta all’entrata della chiesa dove si ricorda di un fatto miracoloso avvenuto in quegli anni nel mare siciliano. Evento che portò all’edificazione di questa chiesa, voluta da alcuni facoltosi e devoti cittadini che, formata una “Pia Congregazione”, nel 1526, fecero istanza alla “Universitas palermitana” per la concessione di un’area situata lungo l’arco del vecchio porto della Cala per iniziare la costruzione dell’edificio religioso che, a ricordo del miracoloso evento, vollero intitolare “Santa Maria di Portosalvo”.

La storia della chiesa di Portosalvo

La progettazione della chiesa, come confermano fonti d’archivio, è attribuita, allo scultore ed architetto palermitano Antonello Gagini una delle figure più autorevoli e poliedriche della scena artistica palermitana della prima metà del cinquecento, il quale però, nel 1536, morì non riuscendo, visto le lungaggini dell’iter edificatorio, a portare a debito compimento la fabbrica del tempio. La prosecuzione del cantiere ecclesiastico, che era ben lungi dall’essere completato (erano stati definiti soltanto i muri perimetrali, le cappelle e la facciata) fu, dai rettori della Confraternita, affidata al “Magister fabricator” di origini genovesi Antonio Scaglione, già attivo nella vicina chiesa di Santa Maria della Catena, coadiuvato dai figli di Antonello, Giacomo e Antonino cui era delegato il compito di sovraintendere all’esecuzione dei prospetti.
Lo Scaglione, “maestro dammusaro” (specializzato nella costruzione di volte) di solida preparazione tecnica, il 12 ottobre del 1538, si impegnava con il tesoriere della confraternita di Santa Maria di Porto Salvo, Giovanni de Blasco, cognato di Antonello Gagini in quanto fratello della sua defunta prima moglie Caterina, per la realizzazione di diverse opere murarie all’interno della chiesa, tra cui le coperture voltate a crociera della nave centrale e la magnifica volta stellare posta a coronamento del tiburio.
I decenni che seguirono la costruzione della chiesa furono anni di grande fervore costruttivo e di rinnovamento urbanistico per la città. Infatti in quegli anni, il senato palermitano si apprestava ad attuare un progetto urbanistico particolarmente significativo: il prolungamento del Cassaro, l’arteria principale delle città.
Un primo intervento di rettifica, ampliamento e prolungamento della strada si era avviato già nel giugno del 1567 che aveva prolungato il Cassaro fino all’intersezione con la “Ruga Pisanorum” all’altezza dell’attuale via della Loggia, e successivamente fino al Piano della Marina, avente come fondale proprio la chiesa di Portosalvo.

Ma nel 1581 sotto il viceregno di Marcantonio Colonna Duca di Tagliacozzo, con atto deliberativo del Senato cittadino, si decise di prolungare la strada fino al mare. La nuova impresa urbanistica comportò una vasta operazione di sventramento, che ahimè interessò diversi edifici, sia civili che religiosi, compresa la nostra chiesa che fu oggetto di rilevanti trasformazioni. Il suo assetto planimetrico subì un radicale stravolgimento, allorquando si dovette mutilare la frazione ricadente lungo il rettilineo della nuova strada, che era anche la parte architettonicamente più significativa, cioè la zona in corrispondenza dell’abside e dell’originario doppio transetto sicché, il complesso risultò praticamente dimezzato.
Per porre rimedio ai danni che tali modifiche provocarono alla fabbrica, seguirono tutta una serie di interventi atti a consolidare l’intera struttura e si dovettero, inoltre, risolvere alcune problematiche, non tutte di facile risoluzione.
Più tardi per una precisa volontà del vicerè Marcantonio Colonna si sarebbe deliberata la costruzione di Porta Felice.

La Chiesa di Santa Maria Portosalvo: descrizione

Chiesa di Santa Maria Portosalvo

All’esterno la chiesa di Santa Maria di Portosalvo presenta due prospetti inseriti entro un telaio geometrico, costituito da lesene corinzie e cornici, che inquadrano i portali e le finestre.
Nella facciata principale, prospiciente la via di Portosalvo, l’antica strada dei “pignatari”, presenta un portale di scuola gaginesca inquadrato da due colonne scanalate con timpano triangolare che accoglie, al suo interno, un artistico altorilievo che raffigura la Vergine con in braccio il Bambino e, sullo sfondo, due velieri in mezzo a una tempesta.
Sopra il portale sì aprono tre ampie finestre a edicola classica.
Nel prospetto che si affaccia su via Vittorio Emanuele, troviamo un altro piccolo portale con timpano spezzato, delimitato da colonne con capitelli, opera attribuita a Giacomo Gagini; un campanile a doppia loggetta conclude in altezza la facciata.

Nel suo complesso l’impianto architettonico dell’edificio chiesastico è assimilabile al linguaggio artistico che caratterizza l’opera gaginiana, riconducibile per concezione spaziale e affinità di elementi strutturali ad altre fabbriche religiose progettate a Palermo nel XVI secolo quali, Santa Maria dei Miracoli, Santa Maria di Piedigrotta, San Giorgio dei Genovesi le cui progettazioni e realizzazioni ricadono tutte nell’ambito della bottega dei Gagini.

Oggi l’ingresso alla chiesa avviene da una delle cappelle laterali, scendendo un paio di gradini, visto che il piano di calpestio della chiesa risulta più basso della strada, a testimonianza del fatto che il livello del Cassaro un tempo era più basso di quello che oggi conosciamo. Entrando ci si trova davanti ad un’inedita prospettiva, ti aspetteresti di trovare sullo sfondo la zona absidale, invece si ha l’impressione di aver perso l’orientamento. Ma è immediatamente percettibile che ci si trova davanti a un monumento di straordinario valore architettonico.
Visitando questa chiesa salta agli occhi la discrepanza stilistica tra l’aspetto rinascimentale dei prospetti e delle cappelle laterali, con il loro arco a tutto sesto della prima fase costruttiva (Gagini), e il carattere tipicamente gotico delle navate e del transetto con i loro archi a sesto acuto, di chiara impronta “catalaneggiante” della seconda fase (Scaglione).

Questa commistione tra architettura rinascimentale-gaginiana e modelli della tradizione gotica-catalana, ovviamente dovuta alla diversa cultura architettonica dei due artefici, conferisce al manufatto architettonico, al pari di altri esempi di edifici religiosi coevi, una caratteristica particolare.
L’interno è suddiviso in tre navi separate da colonne in marmo, di cui quella centrale più ampia di quelle laterali. Ai fianchi delle navatelle e nella parete di fondo si aprono delle cappelle poco profonde dove si conservano alcune opere di notevole valore artistico.
Nella prima cappella della parete di destra si trova una preziosa tela cinquecentesca raffigurante la “Madonna del Rosario”. Nell’altra cappella del lato destro (quella centrale funge da ingresso) troviamo, sopra l’altare, un magnifico crocifisso ligneo  entro una cornice. Al centro della parete di fondo dentro una cappella ornata da stucchi settecenteschi un manufatto marmoreo di scuola gaginesca. Sempre nella parete di fondo, a destra, una importante opera del pittore cremonese, molto attivo in Sicilia nel cinquecento, Giovanni Paolo Fondulli raffigurante l’Angelo nell’atto dell’ Annunciazione alla Vergine.
Al centro della parete sinistra, nella cappella che attualmente viene utilizzata come presbiterio, si può ammirare un pregevole trittico su tavola del XVI secolo che raffigura la “Madonna col Bambino” e Santi, attribuito recentemente al pittore cosentino Pietro Negroni. Altre cappelle custodiscono opere pittoriche della scuola del monrealese Pietro Novelli.

Oggi il monumento, nonostante le innumerevoli trasformazioni subite nel tempo e le inevitabili “usure”, mantiene comunque, una sua dignità architettonica, anche se non sarebbe male qualche opera di manutenzione e restauro: le superfici parietali esterne, per esempio, risultano fortemente offuscate dall’aggressione dello smog.

Per finire, un particolare interessante. Nel prospetto settentrionale dell’edificio, rivolto verso la Cala, è visibile una fontana gaginesca in marmo grigio di Billiemi particolarmente pregevole, la cosiddetta “fontana della Doganella” detta anche di Portosalvo. La fontana è composta da una ampia vasca e un dossale, sempre in marmo grigio, arricchito da fregi e dallo stemma della città.
Sopra la fontana si trovano due lapidi: una più piccola reca inciso un distico dedicatorio di Antonio Veneziano, un’altra più grande, fu fatta installare, nella prima metà del XVIII secolo dal pretore Giovan Maria Sammartino di Ramondetta duca di Montalbo, per ricordare ai mercanti del posto, quali erano le regole della mercatura e le relative sanzioni per chi non li osservava. La fontana, rimossa nel dopoguerra dalla sua sede originaria, nei pressi della chiesa della Catena, dove fino al 1852 era l’antica “Porta della Dogana”, è rimasta per lungo tempo conservata nei magazzini del comune e soltanto a metà degli anni 70 del secolo scorso è stata collocata dove oggi la possiamo ammirare.  

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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