C’è una Palermo che non compare nelle guide turistiche tradizionali. È una Palermo purtroppo nascosta tra i palazzi degli anni Sessanta, soffocata dal cemento e dal tempo, eppure ancora viva per chi sa dove guardare. Si chiama Piana dei Colli, ed è il luogo dove per oltre due secoli l’aristocrazia palermitana costruì le sue dimore più belle: ville sontuose immerse in giardini lussureggianti, piccole regge private con saloni affrescati, scaloni in marmo, cappelle e camere segrete scavate nella roccia per sfuggire al caldo estivo.
Oggi molte di queste ville sopravvivono come fantasmi urbani, incastrate tra condomini e strade trafficate. Alcune sono state restaurate e si possono visitare, altre attendono ancora di essere riscoperte. Questa guida vi porterà alla scoperta di un patrimonio straordinario che racconta, forse meglio di ogni altra cosa, la grandezza e la fragilità di Palermo.
Cos’è la Piana dei Colli e dove si trova
La Piana dei Colli è una vasta area pianeggiante situata nella parte nord-occidentale di Palermo, delimitata da tre montagne: Monte Pellegrino a ovest, Monte Gallo a sud e Monte Billiemi a est. A nord-est si apre verso il mare, raggiungendo il golfo di Mondello. Il nome “Piana dei Colli” deriva proprio da queste alture circostanti, che non raggiungono grandi elevazioni e che gli antichi palermitani chiamavano semplicemente “colli”.
Oggi quest’area corrisponde grosso modo ai quartieri di Resuttana, San Lorenzo, Pallavicino, Tommaso Natale e Partanna Mondello. Chi li attraversa in macchina vede solo palazzi moderni, traffico e centri commerciali. Ma basta alzare lo sguardo, svoltare in una traversa o rallentare il passo per scorgere, all’improvviso, il portale barocco di una villa, una torre d’avvistamento inghiottita dal cemento o il muro di cinta di un giardino che un tempo si estendeva per ettari.
Dalla campagna disabitata al paradiso della nobiltà
Per capire la Piana dei Colli bisogna fare un salto indietro nel tempo. Fino al Seicento, quest’area era pressoché disabitata. I motivi erano principalmente due: la minaccia costante dei pirati barbareschi, che dal Quattrocento razziavano le coste siciliane rendendo pericoloso vivere in zone aperte e poco difendibili, e la presenza di acquitrini che rendevano l’aria malsana e il terreno inadatto alla costruzione.
Eppure la piana aveva una caratteristica preziosa: era attraversata da numerosi corsi d’acqua che scendevano dai monti circostanti verso il mare di Mondello, creando un paesaggio di straordinaria fertilità e bellezza, una campagna rigogliosa punteggiata di agrumeti, oliveti e orti. Quando, nel corso del Settecento, il pericolo dei pirati si ridusse drasticamente e le paludi vennero bonificate, l’aristocrazia palermitana “scoprì” finalmente questo territorio. La zona di Bagheria, fino ad allora la destinazione preferita per le residenze estive della nobiltà, cominciava a saturarsi. Serviva un’alternativa vicina alla città ma immersa nella natura, ventilata e pianeggiante. La Piana dei Colli era perfetta.
Iniziò così una vera e propria febbre edilizia aristocratica. Tra la fine del Seicento e tutto il Settecento, decine di famiglie nobiliari fecero costruire nella piana le loro “casene di delizia”: residenze estive che dovevano essere insieme luoghi di svago, di rappresentanza e di affermazione sociale. Ogni famiglia voleva una villa più grande e più bella di quella del vicino. Gli architetti più celebri dell’epoca — da Venanzio Marvuglia a Giovanni del Frago, da Nicolò Palma a Tommaso Maria Napoli — furono chiamati a progettare queste dimore, che divennero vere e proprie opere d’arte. Secondo un recente censimento, le ville e i bagli storici della Piana dei Colli sono ben 83: un numero impressionante che dà la misura di quanto fosse ambita questa zona.
Le ville che si possono visitare oggi
Non tutte le 83 ville della Piana dei Colli sono sopravvissute, e non tutte quelle superstiti sono visitabili. Ma alcune sono state restaurate e aperte al pubblico, offrendo un’esperienza che vale assolutamente la deviazione dal centro storico.

Villa Niscemi: la villa del Gattopardo “vero”
Se Villa Lampedusa ispirò il romanzo, è Villa Niscemi ad aver ispirato i personaggi. Appartenuta per tre secoli ai principi Valguarnera, questa dimora nacque come baglio agricolo nel Seicento e fu poi trasformata in una sontuosa residenza di villeggiatura ai margini del Parco della Favorita. Proprio qui, nel tardo Ottocento, vissero il principe Corrado Valguarnera e la moglie Maria Favara, la coppia che ispirò a Giuseppe Tomasi di Lampedusa i personaggi indimenticabili di Tancredi e Angelica. Il salone principale, con i suoi affreschi a trompe l’oeil, e il giardino con la Coffee-House in stile anglo-mediterraneo sono un tuffo nella Belle Époque palermitana. Oggi Villa Niscemi è sede di rappresentanza del Comune di Palermo e si visita gratuitamente tutti i giorni.
La Palazzina Cinese: la reggia esotica dei Borbone
La storia della Palazzina Cinese è una storia di fughe e di capricci reali. Quando nel 1798 re Ferdinando III di Borbone scappò da Napoli per l’arrivo delle truppe napoleoniche, si rifugiò a Palermo e acquistò una “casena” nella Piana dei Colli che lo aveva incantato per il suo stile orientaleggiante. Incaricò il grande architetto Venanzio Marvuglia di ampliarla e trasformarla in una residenza degna di un sovrano, ma senza alterare quel gusto esotico che tanto lo affascinava. Il risultato è uno degli edifici più originali d’Italia: un ibrido affascinante di stile cinese, neoclassico e siciliano, con il tetto a pagoda, torrette elicoidali, decorazioni policrome e la leggendaria “tavola matematica”, un ingegnoso meccanismo a saliscendi che faceva arrivare le portate direttamente dalle cucine del piano inferiore senza bisogno di camerieri. Una meraviglia dell’ingegno settecentesco.
Villa Lampedusa: la villa del Gattopardo
È impossibile parlare della Piana dei Colli senza parlare del Gattopardo. Villa Lampedusa ai Colli fu acquistata nel 1845 dal principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, bisnonno dello scrittore, con il denaro ricevuto in cambio dell’esproprio dell’isola di Lampedusa da parte del governo borbonico. Il principe, astronomo appassionato, vi installò un osservatorio privato che all’epoca fu definito “il solo osservatorio in Italia degno di essere menzionato”. Quei cannocchiali, “destinati ormai a decenni di polvere” come scrisse il nipote nel romanzo, sono oggi conservati presso il museo della Specola dell’Osservatorio astronomico di Palermo, all’interno di Palazzo dei Normanni. La villa, riconfigurata in stile rococò da Giovanni del Frago, conserva ancora la sua grazia settecentesca ed è stata recentemente trasformata in un resort con centro congressi, senza perdere il suo fascino storico.
Villa Spina: affreschi e camera dello scirocco
A pochi passi dalla Palazzina Cinese, Villa Spina è un gioiello che è stato salvato dalla speculazione edilizia grazie alla famiglia Palminteri, che la custodisce con amore. Costruita nel 1676 dalla famiglia Vanni-La Torre, la villa conserva un magnifico ciclo di affreschi del pittore romano Gaspare Fumagalli, uno scenografico scalone a doppia rampa e, nel giardino, una piccola camera dello scirocco: quegli ambienti sotterranei dove i nobili si rifugiavano nei giorni di calura insopportabile, tra conversazioni galanti e bevande ghiacciate. Immersa in un parco di sette ettari con alberi secolari, Villa Spina si visita grazie alle visite organizzate periodicamente dall’associazione Terradamare.
Villa Magnisi: dal barone al boss, una storia palermitana
Nel cuore di Pallavicino, Villa Magnisi racchiude in sé secoli di storia palermitana, comprese le pagine più oscure. Nata come casina di campagna nel Cinquecento, fu trasformata nel Settecento dal barone Magnisi, che la fece decorare con stucchi e lampadari in vetro di Murano per competere con le ville vicine. Pare che il barone, invidioso delle altre dimore, facesse inserire nei decori piccoli riferimenti alle ville rivali: un gufetto nel salone ricorda quello della sala da gioco della Palazzina Cinese. Dopo secoli di storia, nel 1954 la villa fu acquistata da Filippo Buccola, boss mafioso italo-americano rientrato a Palermo da Boston, che la trasformò in una grande fattoria. Oggi, dopo accurati restauri, è la sede dell’Ordine dei Medici di Palermo e si può visitare durante eventi e Le Vie dei Tesori.
Ville perdute e ritrovate: il patrimonio nascosto

Accanto alle ville restaurate e visitabili, la Piana dei Colli nasconde decine di dimore in stato di abbandono o di semi-abbandono, il cui fascino decadente è spesso ancora più emozionante di quello delle ville restaurate.
Villa Arena Mortillaro ai Petrazzi, nella zona dell’attuale borgata Cruillas, è una delle testimonianze più imponenti e malinconiche. Progettata dall’architetto Nicolò Palma nel 1749 per il reggente Girolamo Arena, un altissimo magistrato del Regno di Sicilia, doveva competere per maestosità con la villa del principe di Pantelleria a San Lorenzo. È l’unica villa della Piana dei Colli ad aver ricevuto un titolo nobiliare: nel 1754 Carlo III di Borbone concesse ai proprietari il marchesato di Villarena. Oggi versa purtroppo in cattivo stato, ma le sue dimensioni e la qualità architettonica testimoniano ancora la grandezza del progetto originale. Il nome Petrazzi, tra l’altro, deriva dalle antiche cave di pietra “bigia” di Billiemi, un materiale simile al marmo che fu usato per colonne, fontane e pavimentazioni in tutta Palermo.
Villa Napoli a Resuttana fu considerata la più bella dei Colli. Costruita a partire dal 1670 dal principe Giuseppe Napoli, possedeva un viale d’ingresso alberato, un vasto parco con fontane, statue, boschetti e giardini, “un vero paradiso terrestre” secondo i contemporanei. Nel salone del piano nobile, gli affreschi di Vito D’Anna raffigurano il Trionfo delle Arti e delle Lettere, realizzati per l’Accademia dei Pastori Ereini che qui fu fondata nel 1730. Dell’antico parco non rimane più nulla: la villa è oggi circondata da moderni palazzi.
Villa Raffo, nel quartiere San Filippo Neri (l’ex Zen), passò nel 1767 dalle mani dei Gesuiti al barone Guggino e poi alla famiglia Raffo, mercanti liguri che ne modificarono la facciata rivolgendola verso il mare. I piani nobili erano riccamente decorati con affreschi e maioliche. Di proprietà della Regione Siciliana dal 1985, ha subito lavori di recupero più volte avviati e mai completati, ed è oggi in condizioni disastrose a causa di incuria e atti vandalici.
Baglio Mercadante, uno dei più antichi insediamenti della piana, racconta una storia diversa: quella della campagna produttiva prima ancora della villeggiatura. Nato come struttura difensiva e agricola, funzionava come punto di raccolta e trasformazione dei prodotti della terra. Nel Settecento si ammorbidì, acquisendo elementi residenziali, ma il vero trauma fu l’urbanizzazione novecentesca che lo isolò dal suo contesto. Oggi è un caso emblematico di patrimonio che pochi conoscono, nonostante nelle sue mura si legga l’intera parabola della trasformazione palermitana.
Le camere dello scirocco: il segreto sotto le ville della Piana dei Colli
Una delle caratteristiche più affascinanti delle ville della Piana dei Colli sono le cosiddette camere dello scirocco. Si tratta di stanze sotterranee, scavate nel tufo o nella roccia, dove la temperatura restava fresca e costante anche durante i terribili giorni di scirocco, il vento caldo e umido proveniente dal Sahara che rendeva (e rende ancora) insopportabili le estati palermitane.
In questi ambienti ipogei, collegati spesso a sistemi idrici sotterranei come i qanat arabi, i nobili e le loro corti si ritiravano “a conversazione”: gustando bevande ghiacciate preparate con la neve dell’Etna, chiacchierando, intrattenendo relazioni — spesso di natura extraconiugale — con il cicisbeo o la dama di turno. Era, insomma, una vita sociale segreta e raffinata che si svolgeva sottoterra, letteralmente all’ombra della vita ufficiale. Alcune camere dello scirocco sono ancora visibili, come quella di Villa Spina, e rappresentano uno degli aspetti più originali e poco conosciuti del patrimonio palermitano.
Il Parco della Favorita: quando la piana divenne reale
La storia della Piana dei Colli è legata a doppio filo a quella del Parco della Favorita, il grande polmone verde di Palermo. Quando nel 1798 re Ferdinando III arrivò in città fuggendo da Napoli, rimase incantato dalla Piana dei Colli e dai suoi dintorni. Acquistò la Casena dei Lombardo (futura Palazzina Cinese) e iniziò a comprare terreni dalle famiglie nobiliari vicine — i Valguarnera di Niscemi tra i primi — pagandoli con canoni irrisori. Quei terreni, uniti insieme, formarono il vasto parco che il re chiamò “La Favorita”, come la reggia di Portici a cui era affezionato.
Il parco, che oggi si estende per circa 400 ettari alle falde di Monte Pellegrino, fu pensato come riserva di caccia e tenuta agricola, ma divenne presto il cuore verde della città. I viali che lo attraversano, collegando Palermo a Mondello, furono tracciati dallo stesso sovrano. La Favorita e le ville della Piana dei Colli sono dunque parte di un unico disegno: quello di un’aristocrazia che cercava fuori dalle mura della città una vita più bella, più verde, più libera.
Il Sacco di Palermo: come il cemento divorò le ville

Il capitolo più doloroso della storia della Piana dei Colli si apre negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, durante il famigerato “Sacco di Palermo”. In pochi anni, la speculazione edilizia trasformò radicalmente il volto della piana. I giardini delle ville — quei parchi rigogliosi con agrumeti, fontane e boschetti — furono lottizzati e coperti da palazzi di edilizia popolare e residenziale. Interi quartieri sorsero dove prima c’era solo campagna.
Le ville stesse subirono destini diversi ma spesso drammatici: alcune furono demolite, altre abbandonate e depredate, altre ancora inglobate nel tessuto urbano fino a diventare irriconoscibili. I corsi d’acqua che attraversavano la piana furono coperti o deviati. La vegetazione rigogliosa che un tempo collegava le ville al mare di Mondello scomparve quasi del tutto. Il “faro” di via dei Quartieri, una vecchia torretta d’avvistamento da cui i campieri controllavano i braccianti nelle piantagioni, si ritrovò improvvisamente su un marciapiede, circondato dal cemento: una memoria muta di un mondo scomparso, diventata oggi punto di ritrovo per gli abitanti di San Lorenzo.
Come visitare la Piana dei Colli: consigli pratici
Visitare la Piana dei Colli non è come visitare il centro storico di Palermo. Le ville non sono concentrate in un’area pedonale ma sparse in un territorio ampio e urbanizzato. Ecco come organizzare al meglio la visita.
Le ville sempre aperte. Villa Niscemi è visitabile gratuitamente tutti i giorni (via dei Quartieri, 2 — orario 9:00-17:00). La Palazzina Cinese è aperta con biglietto d’ingresso e ospita anche il Museo Etnografico Pitrè. Entrambe si trovano ai margini del Parco della Favorita e si possono visitare insieme in una mezza giornata, magari completando con una passeggiata nel parco fino a Mondello.
Le visite periodiche. Villa Spina, Villa Lampedusa, Villa Magnisi e altri edifici si aprono al pubblico in occasione di eventi come Le Vie dei Tesori (generalmente in autunno), le giornate FAI, le visite organizzate da varie associazioni culturali. È il modo migliore per entrare in ville normalmente chiuse e scoprire interni che tolgono il fiato.
L’itinerario in autonomia. Per chi vuole esplorare da solo, il percorso ideale parte da Villa Niscemi, prosegue verso la Palazzina Cinese e poi lungo via dei Quartieri fino al “faro” di San Lorenzo. Da qui si può raggiungere Villa Lampedusa in via Castelforte, e poi Baglio Mercadante nella zona tra Resuttana e San Lorenzo. Un’auto o uno scooter sono consigliati, dato che le distanze non sono sempre pedonali.
Il Teatro di Verdura. Una menzione speciale merita Villa Castelnuovo, l’antica residenza della famiglia Cottone trasformata nell’Ottocento nella sede dell’Istituto Agrario e che dal 1965 ospita nel suo parco il Teatro di Verdura, uno dei luoghi più suggestivi per gli spettacoli estivi a Palermo. Assistere a un concerto o uno spettacolo teatrale in questo contesto è un modo perfetto per unire cultura e storia della Piana dei Colli.
Una Palermo da riscoprire
La Piana dei Colli è una delle storie più belle e più tristi di Palermo. Bella perché racconta un’epoca in cui la città sapeva produrre bellezza ai livelli più alti d’Europa: 83 ville in un unico territorio, con giardini, fontane, affreschi e invenzioni architettoniche che non avevano nulla da invidiare alle dimore della campagna veneta o della Loire francese. Triste perché racconta anche come quella bellezza sia stata in gran parte perduta, divorata dal cemento e dall’indifferenza.
Eppure qualcosa si muove. I restauri di Villa Niscemi e della Palazzina Cinese, la rinascita di Villa Lampedusa, il lavoro delle associazioni culturali che aprono le porte di dimore altrimenti inaccessibili, la pubblicazione di studi e censimenti: tutto questo dice che c’è una nuova consapevolezza intorno a questo patrimonio. La Piana dei Colli merita di essere raccontata, visitata e difesa. Perché in quelle ville — anche in quelle ridotte a ruderi — c’è un pezzo di anima di Palermo che non possiamo permetterci di perdere.